Venerdì prossimo, 30 gennaio, la libreria sarà chiusa per partecipare dalle ore 17 alla Mala Servanen Jin, in via Garibaldi 192 ad un importante momento di dibattito e confronto lanciato da Multi-Sindacato Sociale a tema: TURISMO – LOTTA E DIGNITÀ TRA CITTÀ VETRINA E LAVORO POVERO. L’evento, lanciato dal Ramo Cultura e Ospitalità di Multi, si propone di ragionare sul tema a partire da un dialogo con l’ospite Sarah Gainsforth, ricercatrice indipendente che si occupa di tematiche relative a turismo, gentrificazione e trasformazioni urbane, casa e politiche abitative, autrice di libri che aprono riflessioni e necessità di confronto sulla questione, come ”Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale”, ”Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile?”, ”Abitare stanca. La casa: un racconto politico” e ”L’Italia senza casa. Politiche abitative per non morire di rendita”.
Un’iniziativa per tracciare le linee necessarie ad interpretare, riconoscere e capire in che modo la turistificazione mercifica ogni bene, materiale o immateriale, che possa essere venduto a uso e consumo del turista e come questo fenomeno stia trasformando anche Pisa.
Di seguito alcuni brani ritenuti significativi per la discussione ma anche da continuare ad approfondire anche nelle traiettorie della libreria (si vedano le proposte di dibattito di Mediterraneo), tratti da diverse opere dell’autrice.
Con il passaggio da un’economia industriale a una del terziario molte aree urbane hanno perso la propria funzione: aree industriali dismesse o periferiche, vuoti urbani, fabbriche abbandonate, edifici inutilizzati, aree ferroviarie e porti in declino, devono essere convertiti, riqualificati, rigenerati. Questi spazi vengono destinati ai settori economici diventati primari: terziario, funzioni dirigenziali, ricerca, formazione, produzione culturale.
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La rigenerazione urbana, se lasciata in mano ai privati, provoca infatti fenomeni di gentrificazione: la produzione di spazio urbano per utenti progressivamente più ricchi. E, poiché economia e cultura sono sempre più connessi, la comunicazione fa la sua parte: «i nuovi finanzieri sono in grado di muovere le corde del consenso popolare, non solo con le tradizionali campagne giornalistiche, ma con affinate strategie di elaborazione degli apparati simbolici a sostegno dei programmi immobiliari» scrive Tocci. L’organizzazione di eventi culturali celebra le trasformazioni in atto, i quartieri rigenerati sono descritti come ”rinati”, ”vivaci” e ”creativi”. La produzione di contenuti culturali (pensiamo alla street-art) anche immateriali (gli eventi) è insomma assoggettata alla creazione di rendita che, con l’avvento del fondi immobiliari, diventa finalmente un prodotto finanziario staccato dalla trasformazione fisica delle città. O meglio:
«la città reale diventa quasi un pretesto per una valorizzazione immobiliare che si innalza nei cieli della finanza» scrive ancora Tocci.
La contraddizione è questa: se le politiche urbane contemporanee sarebbero chiamate a sanare le disuguaglianze e ridurre le dinamiche di esclusione sociale prodotte da un’economia finanziarizzata, della rendita, i progetti di rigenerazione urbana sono inscritti nello stesso sistema economico che dovrebbero correggere. Per questo il termine ”rigenerazione urbana” si riduce spesso a un’etichetta ”etica” appiccicata a speculazioni immobiliari private, e il termine ”valorizzazione”, tanto ricorrente in queste operazioni, indica non un generico miglioramento di un immobile o di un quartiere, ma la creazione di rendita.
Il turismo è una delle principali strategie di promozione di quartieri, luoghi trattati come prodotti, come brand per attirare capitali privati, ed è il pretesto che giustifica la ”valorizzazione” immobiliare e finanziaria della città. Il turismo alimenta una domanda creata ad hoc da campagne di marketing urbano. Avendo le politiche fiscali distrutto la domanda e la capacità di spesa interna, non resta che puntare sul turismo per continuare a far girare un’economia per molti versi insostenibile.S. Gainsforth, Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile?
Di solito, quando si critica questo modello di gestione del patrimonio pubblico e il turismo come sistema, l’argomento a cui ricorrono gli adepti dell’ideologia del turismo per giustificarlo è «l turismo crea posti di lavoro.» In effetti questo è vero. Nel solo settore culturale lavorano 38.300 persone (nel 2015 erano 45 mila). Secondo i dati elaborati dal World Travel and Tourism Council il turismo in Italia ha generato nel 2017 il 5,5% del Pil e il 6,5% dell’occupazione (1,5 milioni di posti di lavoro). Questo è il contributo “diretto” del turismo. Considerando anche gli effetti indiretti (che derivano dalle forniture di beni e servizi attivate dalle imprese dei comparti turistici) e quelli indotti (generati dai consumi dei lavoratori del turismo), l’impatto complessivo del turismo sul Pil è del 13%, e sull’occupazione è del 15% (3,4 milioni di posti di lavoro). È un settore in crescita anche per via della contrazione dell’occupazione in altri settori: in Italia l’economia stagna e il turismo cresce. Dunque senza dubbio il turismo è un settore importante per l’economia italiana. Ma di che tipo di lavoro stiamo parlando?
Nell’ottobre 2019 il collettivo Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali, ha presentato i risultati di un’inchiesta sui contratti e le condizioni di lavoro del settore della cultura. Oltre la metà dei lavoratori intervistati, non guadagna più di 8 euro l’ora. Quasi il 40% degli intervistati per l’inchiesta, molti con laurea e dottorato, guadagna meno di 5 mila euro l’anno.
La metà dei lavoratori ha un contratto nazionale, ma è quello siglato oltre 20 anni fa con FederCulture. Si tratta di contratti con gli enti gestori del patrimonio: cooperative, partecipate, fondazioni e altri soggetti privati. Tra i tipi di contratto utilizzati prevale il “multiservizi”, ovvero un contratto rivolto a chi si occupa di servizi quali mense scolastiche e pulizie. Un quarto dei lavoratori intervistati lavora senza contratto, e gli inquadramenti sono molti e tutti fondati sul precariato: prestazione occasionale, partita IVA, su chiamata, con paghe da fame, senza tutele, privi di garanzie, ferie e malattie, in nero, come ”volontari”. Secondo l’Istat sono circa 1l mila, in media tre per istituto, i volontari ”impiegati” nell’attività delle istituzioni culturali. «Nella maggior parte dei casi tali figure sono presenti nelle strutture del Nord, nei musei che raccolgono fino a 10 mila visitatori, nelle strutture gestite da associazioni, enti privati o enti ecclesiastici. Tra gli addetti figurano inoltre circa 1400 operatori del Servizio civile nazionale, concentrati soprattutto nei grandi musei non statali» certifica l’Istat nel Report Musei 2017. Insomma, i lavoratori della cultura, un settore chiave per il turismo e per l’economia delle città, fanno la fame e spesso devono ricorrere a secondi lavori, o magari affittare una stanza su Airbnb.
Se non finiscono nelle casse statali e nelle tasche dei lavoratori, dove finiscono i soldi che i fiumi di turisti spendono nel Bel Paese?S.Gainsforth, Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile?
Nel momento in cui scrivo a Roma ci sono 17mila case in affitto e 57mila case in vendita. Mi annoto sempre i prezzi di quelle in affitto – la curiosità è sempre la stessa: quante di queste case potrei abitare? Di solito la soglia oltre la quale si è in sofferenza finanziaria è fissata al 30% del rapporto tra il canone e il reddito familiare, ma secondo l’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, un inquilino è in sofferenza quando i costi totali per l’alloggio (l’affitto, o il mutuo) superano il 40% del reddito disponibile. In base a queste definizioni faccio un rapido calcolo. A Roma una persona con ”un reddito medio” che volesse spenderne fino al 30% per l’affitto (senza quindi neanche considerare il condominio e le bollette), dovrebbe scegliere tra sole 2mila delle oltre 15mila case in affitto in questo momento, ovvero tra quelle che costano fino a seicento euro al mese (e in verità spenderebbe più del 30%); se volesse spendere fino al 40% del reddito avrebbe una scelta leggermente più ampia, con circa 6mila case che costano fino a ottocento euro al mese**. Ma si tratta comunque di meno della metà delle case disponibili, che spesso si trovano in zone ultra periferiche della città, sono piccole, buie, vecchie e male arredate – quando sono arredate. Consideriamo poi che il reddito medio nasconde la realtà: il 40,1% dei residenti romani dichiara di guadagnare meno di 15mila euro l’anno, cifra che scende a 10mila euro l’anno per gli under trenta. Insomma da qualsiasi punto di vista si guardi il rapporto tra affitti, redditi e qualità dell’abitare, la situazione è insostenibile.
Il fatto che sia impossibile abitare da soli a Roma, Milano, Bologna, Firenze e molte altre città mi porta a riflessioni ulteriori. I nuclei familiari costituiti da persone singole sono in costante aumento: sono cresciuti di oltre dieci punti percentuali negli ultimi venti anni e nel 2020, ci dice l’Istat, costituiscono un terzo del totale delle famiglie italiane – il 33,3%. Eppure in Italia le politiche, ma anche le analisi e i rilevamenti di dati statistici, ruotano intorno alla dimensione della famiglia, in una società composta da una moltitudine di soggetti che nulla hanno a che fare con la struttura familiare tradizionale. Penso agli stranieri, ai padri separati che faticano a pagare un affitto, ma anche alla difficoltà di molte donne di liberarsi da rapporti violenti perché economicamente dipendenti, situazione su cui pesa evidentemente anche il costo di una stanza ”tutta per sé”. Il problema riguarda anche gli anziani – oggi in Italia il 30% degli anziani sopra i sessantacinque anni è solo. Nella graduatoria per le case popolari a Roma i primi millecinquecento posti sono occupati al 63% da single, prevalentemente persone anziane. Ma solo l’11% delle case sono di piccole dimensioni e quindi assegnabili a questi nuclei di persone sole, che restano in attesa decenni e vengono sorpassati dalle famiglie più numerose per cui ci sono più case: il 41% delle abitazioni in questione, costruite in un’epoca di crescita demografica e famiglie numerose, è infatti da destinare a nuclei con più di quattro componenti. Insomma il problema della casa non riguarda solo ‘gli ultimi: riguarda una visione di società.
I segnali che questo sistema non funziona ci sono tutti. La sua insostenibilità è scaricata sui singoli, sulle famiglie, sulle reti sociali, sulle associazioni, sui movimenti e sugli attivisti, sui sindacati della casa. Ma un repertorio di parole, retoriche e narrazioni continua a ribaltare il problema, plasmando il senso comune e alimentando l’economia della rendita. Se il problema sono la casa e il lavoro, i giovani sono choosy; se i salari sono bassi, i lavoratori sono pigri, se il lavoro è sfruttamento, chi sciopera è irresponsabile; se le città sono vetrine per ricchi, i poveri sono criminali.
È importante, allora, smontare queste storie con le nostre.
Questa è la mia.S. Gainsforth, Abitare Stanca