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Gli indesiderabili – Una recensione al film di Ladj Ly

Pubblichiamo di seguito una nostra recensione sul film ”Gli indesiderabili”, che proietteremo venerdì 6 marzo sera allo Spazio Antagonista Newroz. Con questo contributo, invitiamo a ragionare e stimolare la riflessione sui processi di trasformazione, lotta, oppressione che vivono le banlieue e le nostre periferie, che in questo film trovano un’acuta e non banale rappresentazione.

Gli Indesiderabili (Bâtiment 5 in lingua originale) di Ladj Ly si colloca in continuità con Les Misérables, ma ne sposta il baricentro. Se il primo film era centrato sull’esplosione della rabbia giovanile e sullo scontro frontale con la polizia nella periferia reale di Saint-Denis, qui il conflitto non deflagra subito ma si accumula, sedimentato nella quotidianità. Ly si inserisce nella tradizione letteraria e cinematografica del realismo francese ma da una posizione interna. Nato e cresciuto nelle periferie che racconta, non guarda la banlieue dall’esterno e non la usa come sfondo esotico ma fotografa ciò che precede l’esplosione, la trama materiale che, giorno dopo giorno, produce esclusione e conflitto.

Il film è ambientato nella banlieue fittizia di Montvilliers. La violenza non coincide solo con scontri ma anche -e soprattutto- con quella che si accumula lentamente nella precarietà abitativa, negli edifici degradati, nei servizi insufficienti, nella ghettizzazione, nella burocrazia opaca che diventa strumento ulteriore di oppressione, fino al razzismo e classismo che attraversano e permeano le istituzioni e il sistema, con conseguenze sulla vita sociale e giornaliera. Non eventi fuori dall’ordinarietà ma condizioni strutturali che incidono sulle vite in modo continuo, rendendo difficoltosi anche i bisogni più essenziali: trovare una casa stabile, ottenere documenti, accedere a servizi essenziali, qualsiasi tipo di relazione.

Dentro questo scenario segnato dalla privazione emergono però reti di solidarietà. Il Bâtiment 5 non è soltanto un edificio destinato alla demolizione ma è uno spazio abitato, fondato su relazioni, conflitti, mutuo aiuto, solidarietà. È un pezzo di mondo e insieme tanti mondi. Ed è su questo equilibrio precario che si innesta l’”espediente” narrativo: la decisione dell’amministrazione comunale di abbatterlo in nome della riqualificazione urbana. La demolizione viene presentata come scelta tecnica, quindi necessaria e neutrale. Ma è immediatamente chiaro che non si tratta solo di urbanistica ma di un processo di espulsione sociale. Non vengono offerte soluzioni reali, bensì frammentazione e dispersione. Si decide chi resta e chi deve spostarsi ma senza offrire alternative reali. È a questo punto che il conflitto prende forma.

Da un lato c’è Haby, giovane militante che conosce i meccanismi istituzionali anche attraverso il lavoro in un’associazione che media tra abitanti e Comune. La sua è una scelta di mobilitazione comunitaria e pressione politica, forzando la democrazia per allargarne le maglie, renderla contendibile ma non come fine, il suo ancoraggio è sempre nella comunità di riferimento e nei bisogni della gente. Dall’altro lato emerge Blaz, figura più disillusa e radicale. Per lui la riqualificazione è l’ennesima conferma di un sistema che non permette negoziazione. Il confronto istituzionale è già chiuso in partenza perchè non ci sono fessure e spiragli -e quindi resta lo scontro oltranzista e l’azione diretta.

Tra partecipazione e rottura articola uno dei nodi centrali del film. Una rappresentazione su cosa accade quando lo spazio e si restringe, quando la gestione tecnica diventa prosecuzione intensiva di violenza sistemica e la rabbia non trova canali. Per entrambi i protagonisti -e quindi per estensione per le famiglie e gli abitanti della periferia- la questione abitativa è materiale ma anche oltre. È il punto in cui si condensano identità e riconoscimento. La casa, l’edificio, il quartiere sono luoghi in cui si sedimenta appartenenza, o il suo rifiuto. Migliorare la propria zona senza farsi schiacciare dall’assimilazione, senza voler pagare il prezzo dell’omologazione -necessaria per essere ”accettati” nelle stanze del potere. Non tradire i propri simili in cambio di un’integrazione condizionata. In ultimo: restare barbari, citando Louisa Yousfi.

Nonostante in Francia si sia ormai quarta generazione, la marginalizzazione resta stratificata e soffocante. Classe, origine, etnia e genere non si sommano semplicemente ma si intrecciano producendo cittadinanze sempre condizionate. Percorsi scolastici più fragili, lavori segregati e sfruttati, quartieri sorvegliati, riconoscimenti continuamente sospesi e negati. Le istituzioni continuano a trattare le persone di discendenza migrante come presenze da gestire, assimilare o criminalizzare, non come parte costitutiva del paese. In questo quadro il sindaco è figura centrale. Non si presenta come apertamente autoritario. Al contrario: è il tecnico, l’amministratore, l’uomo della gestione. Il suo discorso è quello della neutralità, dell’efficienza, della sicurezza in nome del quieto vivere, con dose di paternalismo bianco e borghese, a partire dalla professione che ricopriva prima della carica. Ma la sua postura è immediatamente politica. La violenza non si manifesta subito come aggressione, bensì come piano urbanistico e delibera firmata lontano dai territori direttamente vissuti. Solo progressivamente questa postura si irrigidisce, scivolando verso un controllo sempre più securitario, fino a pulsione di fascismo esplicito. Ma questa torsione esplicitamente fascista non nasce dal nulla ma dalla normalizzazione della governance “neutrale” che è direttamente al servizio di interessi e classi precise.

Un ulteriore livello di tensione attraversa le differenze interne al quartiere. L’arrivo di famiglie siriane di fede cristiana, accolte da poco, diventa terreno potenziale di divisione. Le istituzioni non sono spettatrici neutre, anche qui, ma contribuiscono alla produzione di potenziale scontro tra categorie marginalizzate, alimentando esteriormente fratture etniche o religiose. Chi arriva per ultimo rischia di diventare capro espiatorio da parte di comunità a propria volta migranti. Ly mostra così che la frammentazione non è una caratteristica ”naturale” delle comunità migranti, ma una conseguenza strutturale delle politiche di gestione.

La tensione si acuisce progressivamente, non solo nella vertenza contro l’abbattimento, ma nell’atmosfera stessa che avvolge il quartiere. La quotidianità diventa più sorvegliata, pesante e tesa. Una escalation continua cui la deflagrazione finale non è una liberazione né una celebrazione della distruzione. Un vicolo di rabbia che esplode. Ly non offre consolazioni e non propone soluzioni immediate o un proprio giudizio. Ma non si limita neppure a constatare l’inevitabilità del conflitto o l’arrendevolezza a processi così grandi. Mostra i meccanismi che lo producono: negli effetti sulla vita quotidiana, nelle micro-dinamiche, nei processi istituzionali travestiti da burocrazia neutrale.

”Gli Indesiderabili” sono una condizione che attraversa anche le nostre città. In Italia la cosiddetta seconda generazione è sempre più emergente nel conflitto tra costrizione ai margini e nello sfruttamento e autodeterminazione ed espressione. La fase di mutamento in Italia è sempre più visibile: quartieri popolari fortemente multietnici ma ricomposti su collante di classe, nelle stesse condizioni materiali e di esclusione simbolica. In molte aree metropolitane la percentuale di residenti di origine migrante supera il 50%, così come la diffusione in provincia. La questione della casa resta centrale. Anche qui classe e origine si intrecciano nella produzione di marginalità. E anche qui si pone il nodo della partecipazione: quali spazi reali esistono per l’autodeterminazione dei quartieri? Quali percorribili? Quanto la democrazia locale è contendibile? Cosa accade quando le istituzioni si limitano a gestire, quando non reprimere, invece di riconoscere? Ma soprattutto, quali strade proprie poter tracciare. In questo senso il film di Ladj Ly non è soltanto un affresco francese. È uno strumento per interrogare anche le nostre città. Non per cristallizzarci in identità rigide o metodi fissi, ma per chiederci, di volta in volta, quali pratiche rendano possibile costruire autonomia e autodeterminazione comunitaria, a partire dal nodo della casa e dei mutamenti in atto.

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