In avvicinamento alla festa di quartiere di via Garibaldi del 3 luglio nel parco delle Concette pubblichiamo un’intervista a Salvatore Settis in cui parliamo dell’importanza di una zona di rispetto del monumento storico delle Mura di Pisa come fondamento della valorizzazione del patrimonio culturale. Di seguito l’intervista intera.
1. Il codice dei beni culturali e le soprintendenze individuano dei vincoli indiretti in prossimità dei monumenti storici, in modo da garantire una “fascia di rispetto”*. Perché è nata questa definizione? Che cosa significa e in cosa consiste?
*L’area di via Garibaldi, individuata per il cambio di destinazione d’uso in parcheggio nel Piano Operativo Comunale, si trova a ridosso delle mura storiche della città e fa parte della fascia di rispetto dell’ambito paesaggistico.
La fascia di rispetto è assolutamente essenziale per la tutela. Se noi diciamo che la Torre di Pisa va rispettata, tutti sono d’accordo, ma se accanto alla Torre di Pisa si costruisce un condominio di 14 piani a distanza di 2 metri, anche senza toccare la Torre, non si distrugge direttamente la Torre, ma si fa qualcosa di equivalente, perché l’ingombro del nuovo edificio ne impedisce completamente una percezione che sia esteticamente, storicamente, socialmente compatibile con la storia del monumento.
La fascia di rispetto è assolutamente necessaria ed è un concetto che non c’era nemmeno bisogno di formulare nei regolamenti comunali dell’Italia medievale, perché allora era dato per scontato, apparteneva a una sensibilità condivisa è fuori discussione; ma con la crescita dello sfruttamento dei suoli è stato ed è continuamente necessario ripensare a ridefinire anche la concezione di monumento. Da questo punto di vista la fascia di rispetto è assolutamente essenziale, perché senza questa il rispetto per il mero monumento evidentemente non funziona, se a un centimetro dal monumento è lecito fare qualsiasi cosa. Non credo che un’affermazione come questa abbia bisogno di molta dimostrazione. Questa è la ragione per la quale si è inventato il concetto di fascia di rispetto, che è entrato nella legislazione sia statale sia regionale in Italia nonché nella prassi amministrativa delle soprintendenze, dei comuni e via dicendo.
Le mura urbane sono un caso particolare perché hanno sempre avuto una fascia di rispetto per una ragione molto semplice: le mura servivano a difendere le città, quindi la fascia di rispetto, da ambo i lati, era necessaria prima di tutto per ragioni difensive. Quindi c’erano fasce di rispetto intorno alle mura urbane nelle varie città, nei regolamenti comunali, di fatto anche fino al Seicento, e in particolare in epoca medievale quando sono nate le mura di Pisa. Con il cambiamento delle tecniche belliche, le ragioni strettamente militari di questa fascia di rispetto spariscono, e vengono invece sostituite da ragioni di rispetto storico o estetico, ma anche per la memoria della funzione delle mura, come quella delle porte, perché solo se si mantiene la fascia di rispetto si capisce a cosa servivano le mura quando furono fatte. Ora, le mura di Pisa dalla parte esterna sostanzialmente erano molto trascurate fino a pochi anni fa, poi le hanno sistemate, restaurate quasi dappertutto, creando un bellissimo circuito per cui si possono visitare salendovi: un segnale di continuità (positivo) fra amministrazioni di centro-sinistra e di centro-destra. Intervenire invece con parcheggi a ridosso delle mura andrebbe in direzione opposta, mi auguro che non accada.
Se vale la pena di salire sulle mura, allora dobbiamo salvaguardare intorno alle mura un contesto che ne mostri la bellezza e che faccia intendere l’antica funzionalità che avevano. Anche se, camminando sul circuito delle mura, ci accorgiamo che dalla parte interna non sono state molto rispettate perché vi troviamo a volte non solo orti o giardini, ma anche capannoni o garage che non dovrebbero esserci.
Che impatto avrebbe quindi la costruzione di un parcheggio a ridosso delle mura storiche della città per il monumento?
Dipende da dove si mette questo parcheggio, perché naturalmente se si mette a 500 metri dalle mura è una cosa, se si mette a 10 metri dalle mura è un’altra. Più vicino è, più danneggia la percezione delle mura. Bisognerà anche aggiungere che le mura hanno anche sempre avuto nella storia umana, anche in altre culture come ad esempio in Cina, un’altissima funzione simbolica.
Le mura definiscono la città, le mura dicono “questa è una città”, anche se è una città piccola, dicono che al loro interno vive una comunità che vuole restare tale, e questa funzione simbolica le mura la mantengono ancora. Le città che hanno mantenuto integralmente la loro cinta di mura, come Lucca, hanno un’identità più forte: l’identità urbana si definisce non solo con i monumenti che ci sono dentro, ma anche con le mura che segnano un limite della città.
Le mura hanno continuato ad avere una funzione difensiva per molto tempo, oggi non più, però la funzione simbolica la mantengono sempre. Quindi anche di questa funzione simbolica si dovrebbe tener conto.
In molti casi nel Medioevo vi sono sigilli delle città, destinati a validare documenti importanti, che esibiscono un tratto di mura o una porta urbica. La storia è questa: le mura sono la personificazione della città, l’incarnazione della città.
Purtroppo a Pisa ne hanno distrutto tanti pezzi. Pisa fino ad anni recenti non le ha trattate molto bene le sue mura, ma da ultimo Sembra esser nata una nuova attenzione. Ma questa nuova attenzione e cura nuova sarebbe messa in forse e indebolita dalla creazione di parcheggi al ridosso delle mura, ancor peggio se dalla parte interna.
2. “L’Italia […] ha valorizzato i singoli monumenti come parte di un insieme incardinato nel territorio, di una rete ricca di significati identitari, nella quale il valore di ogni singolo monumento od oggetto d’arte risulta non dal suo isolamento, ma dal suo innestarsi in un vitale contesto.”, Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, S. Settis, 2002, pp. 14-15.
Cosa significa per chi vive la città sacrificare una zona del centro storico, trasformandola in un parcheggio a cielo aperto, piuttosto che valorizzarne i camminamenti, le ciclabili e il parco adiacente?
Quali conseguenze avrebbe per la tutela non solo del monumento in sé, ma anche per il valore sociale che le mura della città hanno avuto e hanno anche oggi, come quello di formare l’identità culturale tra gli abitanti della città?
Questa domanda riguarda in realtà lo stesso tema, preso da un altro angolo. Per aggiungere una pennellata, ricordiamo che ogni tanto qualcuno dice che l’Italia ha il 70% (o altre statistiche, egualmente inventate) dei beni culturali del mondo. Questo l’ha detto purtroppo, a Londra, il nostro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, coprendosi di ridicolo e coprendo di ridicolo dunque anche il paese di cui siamo cittadini. Ovviamente queste statistiche non esistono, e affermazioni come queste dimostrano non soltanto la disinformazione, la tendenza alle fake news, la faciloneria, ma anche il fatto che anche persone con alte responsabilità pubbliche sanno ben poco della nostra storia.
Certamente l’Italia è uno dei paesi del mondo, forse il paese del mondo che è più famoso per il proprio patrimonio, anche perché fino ad ora lo ha curato abbastanza. Ma è più famoso per il suo patrimonio non perché ne ha di più, ma perché in Italia il patrimonio monumentale e culturale è diffuso in modo capillare. E’ la capillarità della diffusione che conta, accanto al fatto che in Italia c’è una lunga tradizione di tutela del patrimonio, ad esempio negli statuti comunali del Medioevo, che spesso contemplano la cura della città e del paesaggio. Sono regolamenti che contenevano norme igieniche o sul regime delle acque, ma il punto capitale è l’idea che il territorio in generale, città e campagna, è un organismo vivo, in cui ci sono gli alberi, ci sono gli animali e ci sono i cittadini, gli uomini, le donne, i bambini, i vecchi, i sani, i malati, gli ospedali. Questo organismo vivo si articola e cambia la propria articolazione via via che si evolve la concezione del mondo, si evolve l’economia delle città. Da questo punto di vista lo statuto più bello che ci sia, forse il più esplicito in questo senso, è il Costituto comunale di Siena, in volgare, del 1309, dove fra l’altro si dice che la prima cosa che deve fare chi governa la città è provvedere alla sua bellezza, e usa proprio, precisamente l’espressione “bellezza della città”. Si preoccupavano di questo tema già allora, perché se si concepisce la somma di città e campagna come un organismo vivente del quale gli esseri umani fanno parte, gli umani devono badare alla cura di questo organismo. Se teniamo presente questo principio, che in Italia ha un respiro millenario, si capisce come mai chi sacrifica un pezzo del centro storico mettendo un parcheggio dove non dovrebbe stare, in tal modo sta ferendo un organismo vivo.
3. Secondo lei, le disposizioni dell’ultimo Piano Operativo Comunale, e in particolare quella riguardante la zona adiacente alle mura di Pisa, possono far parte del fenomeno di turistificazione che sempre di più sta interessando le nostre città? Se sì, in che modo? E con quali effetti sul territorio e la sua vivibilità?
Io non ho mai studiato il piano operativo comunale, non voglio dare un giudizio complessivo del piano operativo che magari avrà delle parti belle, delle parti brutte, non lo so.
Posso dire, però, qualcosa del rapporto fra la città e la turistificazione. Questo è ormai un fenomeno molto evidente in parecchie città, forse anche di altre parti del mondo, ma certamente in Europa e in Italia raggiunge delle punte molto alte. Di tutte queste città turistificate che ci sono in Italia, Pisa è quella più piccola forse, perché ha la fortuna (o la disgrazia?) di avere la Torre che pende e quindi di attrarre folle di turisti.
La turistificazione è un fenomeno che non è stato inventato da una mente malvagia, è un fenomeno che è nato da una combinazione di situazioni, a cominciare da una certa prosperità economica, che si basa, sia chiaro, sul fatto che chiudiamo gli occhi per non vedere la fame dell’Africa. In ogni caso la turistificazione non è controllabile, ed è interessante dal punto di vista sociologico che sia esplosa soprattutto dopo la pandemia. Cioè sembra essere una reazione alla pandemia.
Perciò qualcuno in America parla delle nuove maree di turisti come di Revenge Tourism. Il turismo di vendetta, “vendetta” rispetto alla necessità di star chiusi in casa nel periodo della pandemia.
Non possiamo analizzare la complessità del fenomeno ‘turistificazione’, che comunque è sotto gli occhi di tutti. Io credo che questo problema non si risolva facendo pagare il biglietto d’ingresso nelle città come vogliono fare il vecchio e il nuovo sindaco di Venezia.
Credo che pagare il biglietto per entrare in una città sia veramente distruggere l’idea stessa di città. La città deve essere aperta per sua natura, se vuole essere una città, e non una nuova Disneyland. Ma i flussi turistici possono essere indirizzati diversamente, sia dentro sia fuori dalla città.
E poi ci sono delle cose che si possono fare e che alcune città stanno facendo, cioè introdurre delle norme che riducano il numero di bed and breakfast, il numero di alberghi, il numero di attrezzature al servizio dei turisti ma non dei cittadini di quella città. Bisogna incoraggiare le attività artigianali, incoraggiare con precisi e misurabili vantaggi fiscali. Provvedimenti di questo genere aiuterebbero a mantenere attività artigianali e negozi al minuto anche nei quartieri più turistizzati di una città.
Un punto altrettanto importante, per città come Venezia, ma anche per Pisa, è incoraggiare la residenzialità delle generazioni più giovani, perché altrimenti le città finiscono con diventare degli ospizi di persone anziane. Insomma, alla turistificazione non bisogna reagire con la repressione, e io direi che il biglietto d’ingresso è una forma di repressione; ma non bisogna reagire nemmeno con la rassegnazione. Bisogna inventare dei modi per controllare e canalizzare i flussi turistici. In una città come Pisa come si può fare? Ci sarebbe una ricetta molto semplice.
A Pisa arrivano 4 milioni di turisti l’anno, pare. Di questi 4 milioni di turisti il 95%, forse di più, vanno in piazza del Duomo, guardano la Torre, si fanno qualche foto e vanno via. Ma la città è piena di altri monumenti, assai meno visitati. Qualche volta vediamo ad esempio dei turisti (pochi) nella zona di via San Martino, ma che cosa trovano? La chiesa di San Martino è chiusa da almeno dieci anni, in un restauro che non finisce mai; per non dire del Santo Sepolcro, una chiesa medievale importantissima e bellissima, sempre chiusa salvo per una messa la domenica. Mi piacerebbe sapere che cosa fanno le istituzioni per rimediare a cose come queste, e dunque poter decentemente indirizzare una parte del flusso turistico anche in altre zone della città.
Lo stesso vale peri musei. Il meraviglioso museo di San Matteo, con collezioni di prim’ordine, è fra i meno visitati d’Italia, e ancora di meno lo sono il museo di Palazzo Reale e quello delle Navi. Ora c’è stato un segnale positivo, perché questi tre musei statali, con l’aggiunta della Certosa di Calci, sono stati unificato in un’unica entità amministrativa, che sta cominciando a prendere nuove iniziative. Ma con finanziamenti del tutto inadeguati all’importanza dei finanziamenti e alla grandezza dei compiti.
E’ in questo modo, gestendola, che la turistificazione si combatte; non negandola, non reprimendola, ma nemmeno rassegnandosi Da questo punto di vista, anche la creazione di percorsi privilegiati, di percorsi pedonali, percorsi lungo le mura e sopra le mura, fanno parte di uno stesso processo di “resistenza” alla turistificazione senza pretendere di soffocarla.
4. Che ruolo hanno i cittadini e le cittadine nelle trasformazioni del patrimonio culturale, che abbiamo visto quindi essere profondamente in relazione con il territorio in cui si trova? A chi appartiene quest’ultimo?
Il patrimonio culturale appartiene precisamente ai cittadini e alle cittadine. Il ruolo che i cittadini possono avere in questa faccenda è semplicemente di essere consapevoli di ciò che è il loro, il nostro diritto e il nostro dovere, perché ai diritti corrispondono dei doveri. Se vogliamo che questo patrimonio continui ad esserci per le generazioni future, dobbiamo cominciare col fare la nostra parte, dal momento in cui prendiamo consapevolezza di ciò che ci accade intorno.
La consapevolezza della nostra appartenenza al territorio e del territorio a noi stessi è la premessa essenziale per fare la nostra parte. L’articolo 9 della Costituzione, come è stato approvato dall’Assemblea Costituente dice: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. La Repubblica vuol dire le istituzioni, ma leggiamo questo articolo nel contesto dei principi fondamentali della Costituzione, vediamo che questo articolo è messo accanto alla dignità della persona umana, è messo accanto al diritto al lavoro, è messo accanto alla solidarietà fra generazioni. Questi principi si trovano tutti insieme perché devono essere letti insieme. Sono temi consacrati dalla Costituzione, e scritti in mille leggi, ma se non ci ricordiamo che la tutela della città in quanto tale è un nostro diritto e un nostro dovere, questo nostro diritto può essere violato. Specialmente se noi non facciamo il nostro dovere, che è di difendere i principi costituzionali.