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Parole che bruciano il patriarcato: alcune letture femministe

Riportiamo di seguito alcuni dei testi letti in occasione del pomeriggio di letture collettive del 24 novembre promosso dalla Libreria in vista della manifestazione nazionale di “Non Una di Meno” del 25 novembre a Roma. Sono stati letti diversi testi di autrici dissidenti, da Joyce Lussu e Warsan Shire, fino alle scritture del collettivo Las Tesis.

In quanto donna Nera impegnata per un futuro vivibile, e madre che ama e cresce un ragazzo che diventerà uomo, io devo esaminare tutte le mie possibilità di essere all’interno di un sistema così distruttivo.
Jonathan aveva tre anni e mezzo quando ho incontraço Frances, la mia compagna; ne aveva sette quando abbiamo cominciato a vivere insieme in maniera permanente. Fin dal primo momento, Frances e io abbiamo insistito perché in casa non ci fossero segreti sul fatto che eravamo lesbiche, e questo è stato fonte di problemi e di forza per entrambi i bambini. All’inizio questa insistenza nasceva dalla consapevolezza, da parte di entrambe, che qualunque cosa fosse nascosta per paura avrebbe potuto essere usata sia contro i bambini sia contro di noi – un argomento imperfetto ma utile a favore della sincerità. Conoscere la paura può aiutare a renderci liberi.

per chi è sotto assedio
non c’è posto
che non possa essere casa
né che lo sia.

Per la sopravvivenza, i bambini Neri in america devono essere allevati per diventare guerrieri. Per la sopravvivenza, devono anche essere allevati a riconoscere le molte facce del nemico. I bambini Neri di coppie lesbiche hanno un vantaggio perché imparano molto presto che l’op-pressione si presenta in molte forme diverse, nessuna delle quali ha nulla a che fare con il loro valore.
Per aiutarmi a mettere le cose in prospettiva, ricordo che per anni a scuola, quando si veniva agli insulti, i ragazzi urlavano a Jonathan non
“tua madre è lesbica” – ma “tua madre è una negra”.
Quando Jonathan aveva otto anni e faceva terza ci siamo trasferiti e lui è andato in una nuova scuola dove in quanto nuovo arrivato gli facevano fare una vita infernale. A lui non piacevano i giochi violenti. Non gli piaceva fare a pugni. Non gli piaceva tirare sassi ai cani. E tutto questo lo aveva reso fin dall’inizio un bersaglio facile.
Un pomeriggio che arrivò a casa piangendo, venni a sapere da Beth che, ogni volta che sua sorella non era presente per tenerli a bada, i bulli della zona lo costringevano a lucidargli le scarpe sulla via del ritorno da scuola. E quando ho saputo che il capobranco era un ragazzino grosso come Jonathan e della sua stessa classe, mi è successa una cosa interessante e molto disturbante.
La mia furia per la mia impotenza di un tempo, e il dolore presente di fronte alla sua sofferenza, mi hanno fatto dimenticare tutto ciò che sapevo sulla violenza e la paura, e ho dato la colpa alla vittima, prendendomela con il bambino in lacrime. “La prossima volta che arrivi qui piangendo..,” e poi mi sono fermata, inorridita.
E in questo modo che permettiamo che cominci la distruzione dei nostri figli – in nome della protezione e per dar sfogo al nostro dolore.
Mio figlio è stato picchiato? Stavo per chiedergli di accettare quella prima lezione sulla corruzione del potere: chi è forte ha sempre ragione.
Stavo per cominciare a perpetuare le antiche distorsioni sulla vera natura della forza e del coraggio.
No, Jonathan non doveva fare a pugni se non voleva, ma doveva in qualche modo vivere meglio la sua posizione di non combattente. Potevo ancora risentire l’antica angoscia di quando ero una bambina grassa che scappava, terrorizzata, per non farsi rompere gli occhiali.
Più o meno a quell’epoca una donna molto saggia mi disse: “Hai mai detto a Jonathan che una volta anche tu avevi paura?”
L’idea allora mi sembrò inadeguata, ma la volta successiva che arrivò in lacrime e sudato perché era di nuovo scappato, capii che si vergognava per avermi deluso, me o una qualche immagine di madre/donna che aveva in testa e che avevamo creato insieme, lui e io. Questa immagine di donna che se la cava in ogni situazione era rafforzata dal fatto che lui viveva con tre donne forti, due madri lesbiche e una sorella maggiore che sapeva difendersi. A casa, per Jonathan, il potere era chiaramente femminile.

E siccome la nostra società ci insegna a pensare in una modalità binaria – uccidere o essere uccisi, dominare o essere dominati – lui doveva o vincere o essere perdente. Capivo bene le implicazioni di questa linea di pensiero. Consideriamo i due classici miti/modelli occidentali di rapporto madre/figli: Giocasta e Edipo, il figlio che scopa sua madre, e Clitennestra e Oreste, il figlio che uccide la madre.
Mi sembrava che tutto fosse collegato.
Mi sedetti sui gradini dell’ingresso, presi in braccio Jonathan e gli asciugai le lacrime.
“Ti ho mai detto che alla tua età avevo sempre paura?”
Non dimenticherò mai lo sguardo in quel suo viso di bambino quando gli raccontai la storia dei miei occhiali e delle mie battaglie dopo la scuola. Era uno sguardo in cui si mescolavano sollievo e incredulita.

Sorella Outsider. Gli scritti Politici di Audre Lorde
Pagine 148-150


Un giornalista mi ha chiesto
se mi considero una donna di successo
e ho risposto di sì.

“Non puoi rispondere cosi”
ha osservato un amico che mi segue dappresso
cercando d’impedirmi di far brutte figure.
“I tuoi libri hanno scarse tirature
raramente hai accesso alle televisioni
il sociologo Alberoni
non ti ha mai citata…”

“Allora avevo capito male dissi, credevo che il successo
nella vita, fosse svegliarsi la mattina
di buon umore, senza problemi di fegato
guardando alla nuovissima giornata
come a un’avventura piacevole…”

“Ma lo sai bene che anche le femministe 
ti hanno sempre snobbata
che Panorama e l’Espresso
non ti chiedono articoli
di politologia…”

“Senti, sia come sia, ti confesso
che non m’interesso molto al successo
ma appassionatamente al succede

e al succederà.
Il successo e un paracarro
una pietra miliare
che segna il cammino già fatto.

Ma quanto più bello il cammino ancora da fare
la strada da percorrere, il ponte
da traversare
verso l’imprevedibile orizzonte
e la sorpresa del domani
che hai costruito anche tu…”

Joyce Lussu
Poesia tratta da: Joyce Lussu, Inventario delle cose certe


I

Nessuno lascia casa a meno che la casa non sia la bocca di uno squalo. Fuggi verso il confine solo quando vedi che tutta la città è in fuga. Il ragazzo con cui andavi a scuola, che ti stordiva di baci dietro la vecchia fabbrica di lattine, ora impugna una pistola più grande di lui. Lasci casa solo quando è la casa a scacciarti.

Nessuno lascerebbe casa a meno che non sia la casa a buttarlo fuori. Non avevi mai pensato di farlo, e quando l’hai fatto, hai mormorato l’inno nazionale a mezza bocca, hai aspettato fino al bagno dell’aeroporto per strappare il passaporto e ingoiarlo, a ogni triste boccone ti era chiaro che non saresti più tornata.

Nessuno mette i figli su una barca, a meno che l’acqua non sia più sicura della terra. Nessuno sceglie giorni e notti nel ventre di un camion a meno che le miglia percorse non valgano un po’ più del viaggio.

Nessuno sceglierebbe di strisciare sotto i reticolati, farsi pestare finché l’ombra non ti abbandona, stuprata, buttata fuori dalla barca perché sei più scura, annegata, venduta, affamata, sparata alla frontiera
come una bestia malata, compatita. Nessuno sceglierebbe un campo profughi per passarci un anno o due o dieci, spogliata e perquisita, trovando dappertutto una prigione. E se mai sopravvivi, salutata dall’altra parte – Andatevene a casa Negri, sporchi rifugiati, succhiate il latte del nostro paese, neri con le mani tese, e odori sconosciuti, selvaggi, guardate come hanno ridotto il loro paese, cosa faranno al nostro?

Gli insulti sono più facili da ingoiare che trovare il corpo di tuo figlio tra le macerie.

Voglio tornare a casa, ma la mia casa è la bocca di uno squalo. Casa è la canna di un fucile. Nessuno lascerebbe casa se non fosse la casa a spingerti verso il mare. Nessuno lascerebbe casa se non quando la casa è una voce all’orecchio che dice – vattene, corri, subito. Non so più cosa sono.

II

Non so dove andare, il posto da cui vengo sta sparendo.
Non sono benvenuta. La mia bellezza qui non è bella. II mio corpo brucia per la vergogna di non appartenere, il mio corpo desidera. Sono il peccato della memoria e l’assenza di memoria. Guardo il telegiornale e la bocca si riempie di sangue come un lavandino. Le file, i moduli, le persone alle scrivanie, gli inviti a presentarsi, i funzionari dell’immigrazione, gli sguardi per strada, il freddo che si insedia dentro le ossa, le lezioni serali di inglese, la lontananza dal mio paese. Alhamdulillah, è tutto meglio dell’odore di una donna avvolta dalle fiamme, di un camion pieno di uomini che somigliano a mio padre – che mi strappano denti e unghie. Tutti questi uomini tra le mie gambe, un fucile, una promessa, una menzogna, il suo nome, la sua bandiera, la sua lingua, il suo sesso nella mia bocca.

Warsan Shire
Casa.
Da Benedici la figlia cresciuta da una voce nella testa


Ci rubano tutto, tranne la rabbia.
[confinate]
Nel tedio domestico e nella monotonia del focolare,
questo è il posto
più pericoloso dove stare.

Oggi si brucia il velo della violenza.
Ribollono le ferite impresse
sui nostri corpi.
Di colpo, ci ritroviamo alle intemperie dentro la nostra stessa casa.

Intrappolate
con l’arma del delitto
sotto lo sguardo indifferente
di una famiglia che vede e non dice niente.

Ci rubano tutto, tranne la rabbia.

Collettivo LASTESIS
Canzone con video-performance collaborativa sul tema
della violenza domestica, giugno 2020

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