Verso la presentazione del libro di Sondra Cerrai “I Partigiani della Pace in Italia”, proponiamo un pomeriggio di letture della Libreria Paulo Freire sull’esperienza, la memoria e la storia della resistenza partigiana a 80 anni dalla Liberazione. Vogliamo ripercorrere le voci di partigiane e partigiani che hanno combattuto e lottato contro il fascismo, l’occupazione e per una società libera; la memoria tradita nella Repubblica e riscoperta nei grandi movimenti sociali degli anni ‘60 e ‘70, fino alla storia di chi ha fatto della Resistenza l’esempio propulsivo della lotta per la Pace, contro guerra e minaccia nucleare. Oggi più che mai, mentre il suprematismo patriarcale e capitalista si riarma e reagisce alle spinte di cambiamento, situarsi lungo questa storia, conoscerne il portato conflittuale e rivoluzionario che ancora fermenta nella nostra società, rappresenta un bisogno politico vitale.
La Resistenza non è solo un capitolo della nostra storia: è stato un atto di dignità collettiva, una lotta popolare contro il fascismo e il nazismo, ma anche una battaglia rivoluzionaria per la libertà, la giustizia sociale e la democrazia. “Compagne” e le “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” ci offrono le voci, le storie e le scelte coraggiose di donne e uomini che, pur consapevoli del prezzo altissimo della ribellione, hanno deciso di non voltarsi dall’altra parte. “Compagne” di Bianca Guidetti Serra raccoglie una serie di testimonianze dirette di donne che hanno preso parte attivamente alla lotta partigiana, spesso in ruoli invisibili ma fondamentali: staffette, combattenti, infermiere, organizzatrici. Bianca Guidetti Serra, che è stata partigiana e poi avvocata dei diritti civili, dà voce a chi è stata spesso esclusa dalla narrazione ufficiale della Resistenza.
Queste donne non combattono solo contro l’occupazione nazista, ma anche contro il patriarcato. Molte di loro si identificano come comuniste, socialiste o anarchiche: la Resistenza rappresenta anche una speranza di rivoluzione sociale, per un mondo nuovo, più giusto e più equo.
Non eravamo eroine, eravamo ragazze che non volevano restare a guardare.
Di seguito un estratto del libro sulla vita di una partigiana, Anna Bonivardi “Cecilia”:
Mi chiamo Bonivardi Anna, nome di battaglia Cecilia; mio papà era un bravo socialista, sono cresciuta con gli ideali di mio padre. Ricordo i fatti di agosto del 1917; ci fu l’inizio della rivolta, partecipai alla dimostrazione avendo appena tredici anni. Già mi sentivo battagliera.
Nel 1920 ci fu l’occupazione delle fabbriche per la quale rimase in fabbrica Calzaturificio Pellami per tre giorni e tre notti come guardia rossa. Io segnalata dalla direzione come sovversiva, perché facevo parte alle collettrici: mensilmente dovevamo portare i soldi alla camera del lavoro.
Mi ricordo che quando fu incendiata la camera del lavoro mi trovavo li; assistetti al sequestro del compagno Ferrero il quale fu legato dietro a un camion e strisciato per terra finché morto. Mi licenziarono dal lavoro e sopra il libretto mi hanno messo un segno che voleva dire che ero sovversiva e mi fu difficile trovare un altro lavoro. Malgrado questo ho cercato di rendermi sempre utile per la lotta antifascista.
Nel 1925, mi ricordo bene, ero al caffè Barberis in corso Principe Oddone, nel quale io raccoglievo i fondi per il soccorso rosso. Vennero i fascisti e fecero uscire uno alla volta i clienti e li hanno picchiati. Al processo che fecero ai compagni antifascisti andai con altre compagne a protestare davanti alla corte d appello, le guardie regie per disperderci ci perquotevano col calcio del fucile.
Siamo arrivati 1943. Furono formati I gruppi di donne che avevano il compito di raccogliere indumenti di lana e viveri per mandarle alle formazioni partigiane. Io ebbi il compito sanitario, e collaboravo con la compagna Corinaldi Bianca.
Una volta dovevo andare a casa del dottor Sotgiu per una assistenza ad un partigiano. Trovai appostato un gruppetto di fascisti. Tornai subito, strada facendo incontrai il dottor Sotgiu e potei avvertirlo di non andare a casa sua.
Il 17 aprile del 1944 fui portata a casa a Littoria con la compagna Maria Fantino e altre donne e fummo interrogate. Per primo fu la compagna Fantino che la percossero per farla parlare, ma lei resistette. Passarono altre donne poi venne il mio turno. Ero incolpata di sentire Radio Londra e frequentare la casa dei Fantino. Io risposi che non sapevo neanche che avessero la radio loro. Io facevo il mio lavoro e poi rincasavo a casa mia. Per le vie di Torino si vedevano partigiani impiccati come in corso Vinsaglio, Astura, e altri luoghi. In via Cernaia, davanti la caserma dei carabinieri occupata dai fascisti e dalla Ater Capelli avevano fucilato i partigiani, lasciati stesi sui marciapiedi per un paio di giorni.
Continuando a lottare siamo arrivati all insurrezione. Arrivarono i partigiani scesi dalla montagna. Cominciò la dura battaglia. Io vorrei poter rivedere tutti quei ragazzi feriti, poter sentire loro, che loro anche possano testimoniare quello che è stato fatto.
Io avrei voluto fare di più, ma cosa vuoi…
La raccolta “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana” curata da Malvezzi e Pirelli nel dopoguerra (1949), contiene le ultime lettere scritte da partigiani, antifascisti, giovani e anziani, prima di essere giustiziati. Non sono solo documenti storici: sono testamenti morali, manifesti di speranza e amore per la libertà. Queste lettere sono un patrimonio spirituale e politico della nostra società e dei valori per cui questi uomini e donne hanno dato la vita.
C’è una costante in queste lettere: la lucidità, il coraggio e l’umanità. La scelta partigiana emerge come atto consapevole, spesso maturato in nome di ideali come l’antifascismo, la giustizia, la solidarietà e la libertà. Non c’è odio, ma consapevolezza. Sono lettere spesso indirizzate a figli, madri, mogli — cariche di dolore, ma anche di serenità.
Muoio per aver amato la libertà del mio popolo. E voi vivete per essa.
— Mario, 22 anni, partigiano, lettera prima dell’esecuzione
Proseguiamo il percorso di letture con “Maelstrom. Scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia (1960-1980)” di Salvatore Ricciardi. In questo libro il racconto degli enormi conflitti sociali di massa che hanno attraversato l’Italia tra anni ’60 e ’70, si intreccia con l’esperienza biografica e il punto di vista di chi ha maturato l’opzione della clandestinità e della lotta armata e ha scelto di dedicare una vita alla lotta rivoluzionaria nelle carceri, detenuti e detenute politici insieme ai “proletari prigionieri”. Nel libro Ricciardi racconta della percezione diffusa di tradimento degli uomini e delle donne usciti dalla guerra di “Liberazione”; una liberazione parziale e a metà, a seguito della quale i fascisti hanno continuato a uccidere con la complicità dei partiti politici capitalisti, mentre la “ricostruzione” del Paese rivelava le macerie e lo sfruttamento in cui milioni di proletari e proletarie conducevano le proprie vite. La battaglia di Porta San Paolo del 1960, i conflitti con gli apparati di polizia a scorta dei riciclati repubblichini, i passaparola e i racconti di vecchi partigiani e partigiane, sono stati un aspetto centrale non solo della trasmissione di una memoria politicamente divisa tra padroni e oppressə, ma anche di una nuova soggettività giovanile cresciuta nel dopoguerra e che negli anni successivi, dal ’68 in avanti, ha dato vita ad alcuni tra i più significativi periodi di cambiamento sociale e rivoluzionario della nostra storia.
L’esperienza di quel periodo postbellico mi ha insegnato che una guerra è veramente importante per il mantenimento di questo sistema economico-sociale. Non solo per i grandi interessi della finanza, delle banche e dell’industria delle armi. Una guerra è una tempesta di mobilità sociale. Impoverisce alcuni e ne arricchisce altri. Quelli che si arricchiscono sono i più furbi, le carogne senza scrupoli, quelli disposti a rubare ai morti, a sfruttare la fame e la miseria altrui. Dopo ogni guerra emergono gli elementi peggiori dell’umanità, quelli che diventano la nuova classe dirigente utile al mantenimento dell’ordine capitalistico. I valorosi partigiani che avevano combattuto e sconfitto i fascisti e i nazisti, rischiando e perdendo la pelle, avevano imbracciato il fucile partendo dagli ultimi gradini della società, e negli ultimi gradini erano tornati, nonostante che libri e lapidi li ricordavano come gli eroi che avevano riscattato la dignità e la libertà del paese. Era questa l’Italia repubblicana che conoscevamo in quegli anni.
Nelle nostre strade c’era dell’odio o forse era solo disprezzo. Noi ragazzi, dal nostro punto d’osservazione, dalla nostra giovane età, potevamo permettercelo il disprezzo. Pensavamo di avere tutto il tempo per fare i conti con quegli arrivisti arroganti che ostentavano i soldi portandoli arrotolati in tasca per farli ben vedere, che spadroneggiavano nel quartiere sottobraccio al parroco e a qualche magnaccia. Non sapevamo né come né quando, ma eravamo sicuri che primo o poi li avremmo schiacciati come merde secche. Potevamo ingoiare qualche boccone amaro, avevamo tempo, avevamo tanto tempo dalla nostra parte, e prima o poi…
Questo del prima o poi era diventata una litania. Alcuni ci assicuravano che una società più uguale e umana sarebbe arrivata, prima o poi. Prima o poi cambierà . Lo dicevano anche i partigiani: “Noi abbiamo combattuto per una società più giusta, prima o poi ce la faremo”. Ma quale prima o poi? Noi volevamo cambiarlo subito quell’andazzo, ma non sapevamo da dove cominciare. Avevamo tanto timore di sbagliare. Fin da piccoli ci avevano inculcato la paura di fare di testa nostra. Ma noi ci provavamo, in fondo il tempo per sbagliare ce l’avevamo.
(Maelstrom, pp. 29-30)
Concludiamo con la lettura di alcuni estratti del libro di Sondra Cerrai “I Partigiani della Pace in Italia. Tra utopia e sogno egemonico”, in cui si racconta l’esperienza del grande movimento internazionale, nato sotto la spinta dell’Unione Sovietica nel Secondo Dopoguerra, che ha lottato per la Pace tra i popoli, il disarmo e la costruzione di un’alternativa alla dinamica di minaccia bellica e nucleare della Guerra Fredda. Su questo libro pubblicheremo nei prossimi giorni un approfondimento specifico in relazione all’iniziativa di presentazione del libro di giovedì 24/04.