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Confederalismo Democratico e movimenti in Europa – sintesi dell’incontro di Pisa 

23 marzo 2025


Dal 14 al 16 febbraio si è tenuta a Vienna una grande conferenza a cui hanno preso parte centinaia di organizzazioni e realtà da più di 35 paesi d’Europa, unite da un comune bisogno di confronto e discussione per affrontare la tempesta della crisi, della guerra, del fascismo e della modernità capitalista in cui siamo immersi e per cominciare a immaginare delle alternative. Da Pisa abbiamo avuto l’onore di partecipare in delegazione come compagne e compagni dello Spazio Antagonista Newroz, impegnatə in diversi percorsi di lotta in città. Di seguito la restituzione dell’iniziativa, una video intervista a Jacopo Bindi, tra gli ospiti della discussione e alcune foto dell’evento.

A Vienna ci siamo nuovamente confrontatə con il paradigma del Confederalismo Democratico, sviluppato nell’esperienza rivoluzionaria del Rojava (il Kurdistan Siriano) e con la filosofia apoista (ovvero di Abdullah Öcalan, leader ideologico e politico del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Al ritorno a Pisa, abbiamo sentito la responsabilità di continuare a portare avanti il lavoro di coordinazione e diffusione di prospettive trasformative proposte dal People’s Platform. Per questo, in occasione del compleanno dello Spazio Antagonista Newroz, abbiamo organizzato un’iniziativa di confronto e discussione per parlare del paradigma e del progetto della piattaforma. Questo, da una parte, per dare alle lotte territoriali una prospettiva più ampia e, dall’altra, per espandere la rete di contatti e concretizzare l’impegno a mantenersi in connessione con chi promuove queste iniziative in Europa e oltre.  

Infatti, il People’s Platform non è stato solo un momento astratto di discussione con altre realtà politiche: ci ha lasciato con la sfida di mettere in connessione le lotte sul territorio – la base imprescindibile dell’attività politica – con uno schema più generale, rivoluzionario e internazionalista, di sottrazione dalla logica distruttiva della modernità capitalista, fondata sullo sfruttamento delle persone e dell’ambiente, sul patriarcato e, sempre di più, sulla guerra e i genocidi.  

Oggi, il movimento curdo è al culmine della sua forza, e gli effetti di quella rivoluzione si sentono fino in Europa. Questo è il momento per chiederci: noi, a casa nostra, cosa facciamo? Come contribuiamo alla creazione dell’alternativa? Il socialismo, anche alle nostre latitudini, può non essere solo un sogno ozioso che si nutre di cinismo e arrendevolezza, ma un orizzonte concretamente realizzabile a partire da noi?  

Oggi, la crisi dei rapporti sociali in Europa è sempre più evidente. Il People’s Platform ci consegna la responsabilità di attrezzarci praticamente per organizzare delle risposte, avendo una continuità nella lotta e sapendo unire le differenze. Ci mette a confronto con il Confederalismo Democratico, non come modello ideale ma come possibilità con cui misurarci, a partire dai bisogni, esigenze e strumenti che ereditiamo da decine di migliaia di anni di comunità umane. Un’eredità che sopravvive alla distruttività della modernità capitalista, che traluce nei rapporti sociali anche nei periodi più bui e che è nostro compito ravvivare e rafforzare sempre di più. 

L’obiettivo dell’incontro di Pisa, dunque, è stato di esplicitare la necessità di stare insieme per condividere questi obiettivi, per mantenersi in dialogo sui territori e connetterci a quello che succede in tutto il mondo. Condividere gli obiettivi generali che ci muovono e le nostre responsabilità storiche, sapendo tradurli nella concretezza della nostra quotidianità per elaborare delle risposte politiche alla crisi. In altre parole, come recita il motto del People’s Platform, per riprenderci l’iniziativa.

Nel seguito dell’articolo sono riportati, in sintesi, i contenuti degli interventi dei relatori invitati all’incontro: l’Accademia della Modernità Democratica, Women Weaving the Future (entrambe realtà promotrici del People’s Platform) e Maria Edgarda Marcucci.

Intervista a Jacopo Bindi – Accademia della Modernità Democratica

Accademia della Modernità Democratica – La chiamata storica di Öcalan

La discussione è cominciata con un intervento dell’Accademia della Modernità Democratica sull’“Appello per la pace e una società democratica” di Öcalan, trasmesso in diretta sulle televisioni curde e accolta con grande emozione dalla popolazione. Nonostante sia un appello dirompente, non è la prima volta che Öcalan fa questa proposta: già nel 2003 aveva chiamato allo scioglimento del partito, che non era avvenuto a causa di dubbi e conflitti interni. Oggi, però, la situazione è molto diversa: lo Stato turco, tra cui anche i leader di estrema destra, invitano Öcalan a trattare: questo è un riconoscimento del fatto che il partito e il movimento curdo sono al culmine della loro forza. L’ideologia di Öcalan, infatti, si è diffusa e ha preso radici in Siria del Nord-Est, dove la società ha dato prova di sapersi autogovernare – e questo è più di quanto tanti movimenti rivoluzionari hanno fatto. Per questo, quella di Öcalan non va interpretata come una chiamata alla resa, ma come la strada verso un altro futuro. Nell’ideologia apoista, del resto, il partito non è un fine in sé, ma uno strumento verso la liberazione della società.  

Un secondo elemento importante è la lettera alle donne in vista dell’8 Marzo, in cui Öcalan ribadisce il loro ruolo di avanguardia nella rivoluzione: del resto, il Confederalismo Democratico non è che una “versione aggiornata della socialità primordiale delle donne”. 

Se leggiamo queste lettere in profondità, dunque, ritroviamo ciò che Öcalan sostiene con coerenza da almeno 15 anni: la società è guida di se stessa e la liberazione della donna è una condizione necessaria per il socialismo.

Questa è una chiamata per la pace, non alla resa. Spesso siamo incapaci di vedere oltre le guerre che combattiamo, e dunque ragioniamo solo in termini di vittoria e sconfitta. Ma la vittoria in sé stessa può diventare la trappola per il movimento: la forza e le energie che spendi per ottenere la vittoria, come se fosse un fine in sé, ti si possono ritorcere contro. Questo è un rischio che c’è sempre quando l’organizzazione ha un braccio armato, dato che si utilizza uno strumento patriarcale che, se usato male, rischia di farti diventare l’oppressore. Non bisogna mai dimenticare per cosa si usa: la pace. Dobbiamo ricordarci le parole di Mazlum Doğan sotto tortura in prigione: “Berxwedan Jîyan e“, la resistenza è vita. L’obiettivo della rivoluzione non è la morte, ma la vita. 

Maria Edgarda Marcucci – Aggiornamenti dalla Siria

In collegamento con noi c’era Maria Edgarda Marcucci, che ha fatto parte delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) in Rojava, per parlarci della situazione di oggi in Siria.
Questo mese si festeggiano ricorrenze importanti: il 23 marzo del 2019, le YPJ sventolavano la loro bandiera a Baghuz dopo aver fatto cadere quella di Daesh. Marzo è anche il mese dei martiri, motivo per cui ricordiamo, in particolare, Lorenzo Orsetti, caduto proprio in quei giorni durante le operazioni a Baghuz.

Dopo la caduta del regime di Al-Assad lo scorso dicembre, la situazione in Siria e in Kurdistan è incerta: infatti, sebbene la fine del regime sia un momento commovente, avviene per azione di forze che hanno un quadro politico molto diverso da quello che ha funzionato davvero in Siria negli ultimi anni, come mostra l’esempio del Rojava (forze come Hay’at Tahrir al-Sham che, nonostante se ne sia discostato, nasce da una costola di Al-Qaeda). Ma la stessa forza con cui le Forze Siriane Democratiche (SDF) hanno combattuto il fascismo islamista percorre l’attuale cammino di democratizzazione della Siria, anche attraverso il dialogo con le forze che ora siedono Damasco. Nonostante queste grandi differenze, infatti, c’è un punto comune da cui si stanno costruendo i negoziati: la necessità e la determinazione a dare pace alla popolazione siriana, anche oltre i territori dove è stato instaurato il Confederalismo Democratico. 

Intanto, anche se le forze turche continuano ad attaccare la Siria del Nord-Est, la società civile dimostra una grande capacità di resistenza. È già provato che la forma organizzativa del Confederalismo Democratico riesce a superare, anche su larga scala, la minaccia costante dell’odio settario. La storia siriana, infatti, è stata segnata a lungo dalla strumentalizzazione delle diverse identità etniche, culturali e religiose rivolte le une contro le altre, cosa che ha lasciato ferite profonde tra le tante popolazioni che abitano la Siria. Le SDF si sforzano di trovare un quadro di azione comune tra le parti: in quest’ottica, è stato recentemente firmato un accordo perché le SDF vengano integrate nelle forze siriane nazionali, ed è stata riconosciuta ai curdi siriani il diritto a una cittadinanza egualitaria. 

Il paradigma del Confederalismo Democratico è quello di una democrazia senza Stato, in grado di raggiungere una uguaglianza che si stabilisce a partire dalle differenze. Questa è la forza del PKK in questo momento, ed è il grande obiettivo raggiunto dalla DAANES: un paradigma ideologico condiviso, un’opzione politica che è riuscita ad avere la forza di motore storico proprio perché riesce ad abbracciare realtà differenti (come la città di Shengal o il campo di Makhmur in Iraq, la Siria del Nord-Est, ecc.). Quella del movimento curdo è una lunga storia di resistenza che pone sfide anche inedite, come si vede in questi mesi e anni nell’area mesopotamica. 

 Oggi, la responsabilità storica è che la società attivi le sue capacità di autodifesa. Oggi, noi dobbiamo mantenere alta la speranza ma anche la vigilanza, per essere pronti a mobilitarci. In questi giorni dobbiamo ricordare la storia di questa parte di mondo, una storia sanguinaria che, però, ha regalato l’esperienza rivoluzionaria più importante di questo millennio. L’augurio è per una Siria democratica, che veda il protagonismo delle forze sul campo come l’Amministrazione Autonoma, con la sua opzione avanzata e percorribile per tutta la popolazione siriana; che possa favorire il ritorno di chi è in diaspora e regalare uno scenario di futuro diverso a questo popolo. Oggi è rinnovata l’urgenza e la necessità per liberazione del popolo curdo, in tutte le parti del Kurdistan. Ed è bene che i curdi siriani e la loro esperienza rivoluzionaria siano un esempio per il resto del mondo.

Women Weaving the Future – Il Confederalismo Democratico delle Donne

Abbiamo poi avuto modo di confrontarci con le organizzazioni che si impegnano a diffondere l’ideologia apoista e il paradigma del movimento curdo nel mondo, nello specifico in Europa. La prima è Women Weaving the Future, una rete internazionale che ha come obiettivo di implementare il Confederalismo Democratico mondiale delle donne. A partire da decenni di relazioni sviluppate dal movimento curdo della donna, la rete Women Weaving the Future continua a tessere rapporti con popolazioni anche molto diverse tra loro. In questi anni, ha organizzato grandi conferenze internazionali per incentivare uno sguardo globale sull’oppressione della donna e favorire forme di organizzazione trasversali. 

Molti problemi, infatti, si abbattono in misura maggiore sulle donne: povertà, guerre, migrazioni, malattie, eccetera. Questo è frutto di una guerra sistematica, anche subdola, basata sulla cultura dello stupro: l’obiettivo è superarla insieme alla cultura del femminicidio. 

Oggi, la resistenza delle donne sorge ai quattro angoli del mondo e, nel XXI secolo, sta dimostrando moltissima creatività e forza. Per questo, vari attori cercano di assorbire questo potenziale. Lo vediamo da progetti come NATO Women for Peace, o il progetto europeo di Interpol contro il femminicidio. Si tratta della sussunzione di istanze giuste e liberatorie, per usarle contro la società stessa (a fini di controllo ed esclusione) e a vantaggio di alcune classi (per quali donne sono pensati questi progetti?). 

Ci sono vari aspetti che sono sotto attacco da parte del patriarcato e della maschilità dominante. Ad esempio, il ruolo sociale della donna come avanguardia, come creatrice di socialità, cultura e cura, nel senso di riproduzione, continuità e organizzazione della vita. Questi sono i valori fondamentali del motto “Jin, Jîyan, Azadî” ovvero “Donna, Vita, Libertà”, che è una vera e propria filosofia: un modello politico che diventa famoso con la rivoluzione del Rojava e si diffonde a livello mondiale con il martirio di Mahsa Amini in Rojhilat (Kurdistan Iraniano). A partire da questo nasce la Jineolojî, una proposta di metodo scientifico delle donne e per le donne, come alternativa alle strutture di pensiero dominanti. 

Il Confederalismo Democratico delle donne è una forma di internazionalismo: permette di entrare in connessione, avendo fiducia nelle pratiche delle altre ma sapendo di poter mantenere autonomia sul piano locale, ciascuna con la propria modalità di intervento in base alle specificità. Serve a scambiare conoscenze e pratiche, ad influenzarsi tramite la reciprocità. È un sistema che garantisce difesa e autodifesa, cosa che include anche l’accesso alla conoscenza, l’autoformazione, la condivisione di problematiche, per saper rispondere agli attacchi quando ci sono: tutti principi fondamentali nella liberazione della donna. 

Questa ipotesi, che proviene dal movimento curdo della donna, ha come obiettivo di riunire le varie organizzazioni nelle conferenze e mantenersi in contatto, per continuare a discutere e a organizzare le proposte. Uno degli obiettivi è anche di far proliferare campi di Jineolojî, per diffondere la scienza della donna. 

In futuro la rete farà un tour anche in Italia: chiunque può contattare la rete per contribuire allo sviluppo del progetto, per trovare persone (appartenenti o meno ad organizzazioni) per partecipare e organizzarsi insieme. 

Accademia della Modernità Democratica – Il People’s Platform Europe

Alla Piattaforma Europea dei Popoli, tenutasi a Vienna a febbraio, hanno partecipato 800 delegati di circa 130 organizzazioni, provenienti da 35 paesi diversi. La piattaforma nasce dalla necessità di condividere esperienze di lotta e discutere prospettive di azione tra forze democratiche. Questo, all’interno di un’analisi della situazione globale in cui ci troviamo per cui la crisi ecologica, le guerre e i genocidi sono legati all’essenza stessa della modernità capitalista, basata sullo Stato-nazione, sullo sfruttamento capitalista e sul patriarcato. È da queste contraddizioni che emerge una fortissima richiesta di cambiamento in tutto il mondo. 

Le lotte locali sono l’elemento fondamentale da mettere in rilievo: esse, però, hanno bisogno di una prospettiva comune, di essere inserite in una cornice che permetta di costruire percorsi alternativi alla modernità capitalista. Mettere insieme le differenze e le contraddizioni, creare unità nelle differenze come una ricchezza da valorizzare era l’obiettivo del People’s Platform.

La piattaforma era divisa in tavoli di discussione su diversi temi, che però mantenevano degli elementi trasversali, come lo spirito internazionalista (ovvero l’essere a fianco di tutti i popoli che aspirano alla libertà, non come un’idea inedita ma come qualcosa che va organizzato) e la liberazione della donna (come precondizione per il successo di ogni obiettivo).  

Il People’s Platform non è solo incontro a sé stante, ma vuole essere una rottura rispetto ai vecchi modi della “sinistra” di fare politica. Si basa sull’idea che si debba lavorare sui territori, continuando a mantenere lo spirito del Confederalismo Democratico. La piattaforma è stata solo il primo passo da cui cominciare, per lavorare alla costruzione di altre piattaforme in contesti locali e regionali. 

Tra le proposte pratiche della piattaforma c’è, anzitutto, la rigidità su alcuni punti fondamentali. Non bisogna aspettarsi nulla dallo Stato e dal sistema capitalista, ma bisogna puntare sulla forza di autorganizzazione società e sulle lotte. Bisogna essere fermi sui principi fondativi, come la democrazia radicale, la centralità della nazione democratica, la liberazione della donna, l’ecologia, l’autodifesa (non solo in senso militare ma anche ideologico, politico e sociale), il rifiuto del militarismo, della logica del riarmo e dell’alleanza militare con gli Stati.

Quello del People’s Platform non è un percorso che finisce in Europa: uno degli obiettivi è di organizzare piattaforme di questo tipo anche in altri continenti. Uno dei prossimi passi, ad esempio, sarà farlo in America Latina. 

Alcuni scatti dell’iniziativa e dei festeggiamenti del Newroz (capodanno curdo)

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