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Pisa, 5 maggio 1972 – In ricordo di Franco Serantini, letture da “Il sovversivo”

Il 5 maggio del 1972 a Pisa è previsto il comizio elettorale di Giuseppe Niccolai (Movimento Sociale Italiano); Lotta Continua indice una manifestazione antifascista che viene duramente caricata dai reparti della celere.
Tra i manifestanti c’è Franco Serantini ventenne libertario e membro di un circolo intitolato a Giuseppe Pinelli: alcuni elementi del Secondo e Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma giunti sul Lungarno picchiano violentemente Franco – utilizzando anche il calcio dei fucili – e poi lo arrestano portandolo in una caserma di polizia e, successivamente nel carcere Don Bosco.
Il giorno seguente, nel corso di un interrogatorio, Franco comunica di avvertire un forte malessere – specialmente alla testa – ma i rappresentanti delle istituzioni lì presenti (giudice, polizia penitenziaria, medico) non prendono in considerazione le sue parole.
Alle 9.45 del 7 maggio Franco muore in ospedale, dove viene portato dopo essere stato ritrovato in coma all’interno della sua cella: il pestaggio del Lungarno ha fatto il suo corso.

Nei giorni in cui viene ricordato l’anniversario della morte di Franco, condividiamo come libreria una selezione di brani tratti dal libro di Corrado Stajano “Il sovversivo – vita e morte dell’anarchico Serantini”

Il posto dove fu colpito a morte è sul lungarno Gambacorti di Pisa, tra la via Toselli e la via Mazzini. Si lascia sulla sinistra, venendo dal ponte di Mezzo, il palazzo del Comune e si cammina lungo una ininterrotta serie di piccole botteghe che forse esistono da secoli e hanno mutato soltanto il genere dei loro minuti com-merci. Una mescita di vino al numero 10, all’angolo di via delle Belle donne; un tappezziere al numero 13; un aggiustatore di macchine fotografiche al 14; la calzoleria “La rapida” al 16; l’agenzia Sbrana, compravendita e affitti, al 18; il circolo Enal al 19.
Alle spalle dell’isolato, via della Nunziatina, nell’intricato quartiere del sottoproletariato rosso. Di là dall’Arno, sotto i palazzi aristocratici e inaccessibili, lo scalo del carbone con la lapide che ricorda l’approdo della barca di Garibaldi ferito sull’Aspromonte.
Non lontano dal lungarno Gambacorti, tante volte citato nei rapporti dei commissari di pubblica sicurezza, nei verbali dei sostituti procuratori della Repubblica, nelle sentenze dei giudici istruttori, nelle cronache dei giornali e nelle relazioni dei periti medico-legali, splendono i gioielli dell’arte e della religione, Santa Maria della Spina, San Paolo a Ripa d’Arno e, a pochi passi, la chiesa di Santa Cristina dove, il 1° aprile 1375, santa Caterina da Siena ricevette le Sacre Stimmate, “cinque lucidissimi raggi sanguigni, usciti dal Santissimo crocifisso sull’altare e andati a ferire le mani di Caterina, i piedi, il suo castissimo e virgineo petto”.
Ma la sera del 5 maggio 1972, né la patrona d’Italia, né la presenza antica di bellezza e di arte, né i segni della storia e della cultura servirono a salvare dalla furia della polizia, tra la bottega del vinaio e quella del tappezziere, un giovane non alto, ricciuto, gli occhiali da miope, il viso serio e sofferto, vestito con una giacca marrone, un paio di pantaloni di lana nera, una camicia con le maniche lunghe dai disegni fantasia color giallo arancione. Franco Se-rantini, di vent’anni, sardo, anarchico, figlio di nessuno nella vita come nella morte.
Il sovversivo, p.7

Pisa, per Serantini rappresenta ora il trionfo della vita. La città e un’esplosione di voci, di gesti, di comportamenti non usuali. Sullo sfondo si può forse avvertire il dramma, ma l’avventura quotidiana, l’invenzione, la festa, giocano un ruolo importante. I grandi cortei, le occupazioni, gli scontri con la polizia, gli scioperi operai dell’autunno caldo, gli slogan gridati nelle marce che parlano di uguaglianza, di giustizia, di rivoluzione, di riscatto degli sfruttati, sono liberatori, autocreatori di coraggio, di volontà di essere con gli altri dentro la vita a decidere il proprio futuro.
La borghesia è lacerata, i suoi figli, forse per la prima volta nella storia, contestano in pubblico e con violenza i padri. La classe operaia si rifà delle frustrazioni della guerra fredda non riscattate dal centro-sinistra, i tamburi di latta che aprono, i cortei dei metalmeccanici colmano il silenzio di anni. Sono tempi di spaccature, di ambigue trame, di lotta, quelli che vengono prima delle bombe di Milano. Sono anche tempi di grande speranza e di obbligate scelte di campo. Da che parte può essere il ragazzo del “Giorgino”?
Va a scuola volentieri, prende la licenza media alla scuole statali le “Fibonacci”, si iscrive poi all’Istituto professionale di Stato per il commercio che dà diplomi di contabili, segretari d’azienda, addetti agli uffici turistici, impiegati esecutivi e di concetto. La specializzazione avviene dopo il biennio, le materie d’insegnamento sono l’italiano, il diritto, la storia e la geografia, la computisteria, la contabilità a macchina, le lingue, la tecnica aziendale, la stenodattilografia. La scuola è frequentata da figli di operai e di minuta borghesia che in gran parte va e viene con le corriere dai paesi vicini.
Franco appare all’inizio un po’ spaurito, ha bisogno di esprimersi, ha bisogno di qualcuno che lo stia ad ascoltare, ha bisogno soprattutto di affetto.
Non sono in molti a poter dire di conoscerlo bene, anche adesso che ha ancora pochi mesi da vivere. È cambiato, indossa un montgomery nero, porta un paio di stivaletti, fuma la pipa, infila e toglie di continuo gli occhiali dal naso, forse per un tic, ha i capelli sempre più ricciuti, sempre più arruffati. Parla una lingua anonima, non ha nulla che serva a distinguerlo o a farlo ricordare: la sua è solo una delle migliaia di facce giovani che s’intravedono in quegli anni nelle marce studentesche, in una gran nuvola che corre. Serantini passa le ore libere nelle aule della Sapienza, in mezzo agli universitari o in piazza Garibaldi accanto al monumento mascherato di tatzebao o davanti al bar lì vicino, in crocchio con i ragazzi di Lotta continua e con gli altri extraparlamentari di sinistra. Ama anche passeggiare sui Lungarni, corre sempre, anzi, come se avesse infinite cose da fare. É imprendibile, improbabile. Allude a sue misteriose fidanzate e nessuno gli crede mai. […]
Acquista rapidamente sicurezza, è esuberante, pieno di entusiasmo, deve essere aiutato e porge invece aiuto, è un qualunque ragazzo, più serio della sua età, con un gran desiderio di entrare nella comunità e di non essere diverso dagli altri.
Comincia a leggere, a studiare tutto ciò che trova, confusamente, acerbamente. È alla ricerca di qualcosa che lo compensi di ciò che non ha mai avuto. Si avvicina a un gruppo mormone, non taglia subito le radici religiose della sua educazione infantile. “Dio è dappertutto”, ripete ai compagni del riformatorio ai quali parla della “Chiesa di Gesù Cristo dei santi dell’ultimo giorno” e fa una gran confusione fra l’esistenza di Dio, il panteismo, il battesimo degli adulti, la dottrina dell’espiazione cruenta dei peccati gravi e obbligo della poligamia che gli piace moltissimo.
Ma il fervore che accende i giovani di Pisa prende anche lui. Lo muove la naturale volontà di giustizia umana e sociale, la volontà e la speranza di riscattare anche per gli altri i torti che lui ha subìto e sofferto fin da bambino.
Il Sovversivo, pp 38-39

L’ultima persona che vede Franco Serantini prima che la polizia lo colpisca è Valeria. Lo incontra sul Ponte di Mezzo, appena lasciato il bar Crott. Sulla città incombe come una cappa di tragedia, la ragazza ha paura, corre inquieta verso una casa di amici che abitano poco lontano. È una bella ragazza alta, dalla faccia limpida, sovrasta Franco di mezza testa: “Tu vieni via”, gli dice un po’ imperiosa, un po’ trepida. “Io resto, non mi beccano”, risponde lui che s’incammina da solo verso la sua morte, di là dal ponte, poi sulla destra, in lungarno Gambacorti.
Gruppi di giovani hanno costruito una barricata, intralciano il traffico, lanciano pietre e bottiglie molotov. Poi la polizia attacca, gli agenti sembrano frenetici automi, sparano centinaia di candelotti in ogni direzione.[…]
Che cosa accade a Serantini? Sarebbe bastata una fuga di pochi passi, mentre la prima jeep abbatte la barricata costruita con macchine bruciate e tabelloni pubblicitari. Girato l’angolo di via Mazzini si sarebbe trovato nella casbah della Nunziatina dove la polizia si avventura difficilmente e dove si sarebbe salvato, insieme con i compagni nascosti dietro gli usci, nelle case, nelle botteghe, con l’aiuto delle donne e degli uomini del quartiere che hanno fama quarantottesca. Una volta respinsero la polizia con l’olio bollente fatto colare dalle finestre. Serantini lo sa, ma immobile e disarmato aspetta invece che i poliziotti gli saltino addosso e lo feriscano a morte.
Il Sovversivo, p.67-68

Il carcere non è dissimile ai tanti posti dove Serantini è stato abituato a vivere fin dall’infanzia, Si chiama “Don Bosco”, come le scuole elementari di Campobello di Licata e la cella numero 7 non è diversa dalle stanze dei collegi, orfanotrofi, riformatori dove Franco ha trascorso i suoi anni. C’è un’altra coincidenza strana nella sua vita: un poliziotto, con la sfortunata adozione, cercò di renderlo cittadino uguale agli altri, un gruppo di poliziotti gli nega selvaggiamente ogni diritto elementare trattandolo come uno scarto umano. Lo Stato e le sue istituzioni lo considerano fino alla morte figlio di NN, gli rifiutano la legge, dopo avere ossessionato lui incolpevole, come un suddito capace solo di doveri, quasi a dar ragione a certe fantasie popolari, per cui uno che nasce figlio di puttana muore figlio di puttana.
Al Don Bosco di Pisa si impiccò Adolfo Meciani, il tragico personaggio del caso Lavorini. Serantini passa nel carcere trentadue ore di tremenda agonia. Quasi nessuno capisce che il piccolo ragazzo sardo, miope e ricciuto, sta morendo.
Il Sovversivo, pp.72

Il 7 maggio è una domenica limpida e calda. All’ippodromo di San Rossore si riapre alle 15,30 la stagione primaverile, all’Arena Garibaldi si gioca la partita Pisa-Prato. I bambini della scuola elementare di Coltano visitano le sale municipali in palazzo Gambacorti, i soci della riserva di tombolo tengono la loro riunione annuale. L’otto dell’Arno si batte alle regate regionali, alla piscina comunale è in programma una gara di nuoto. C’è un’aria più di lunga vacanza che di festa. Le elezioni vanno avanti con regolarità. La gente passeggia volentieri, qualcuno va fuori porta, qualcun altro fa il giro dei seggi elettorali per salutare gli amici scrutatori.
Campo dei Miracoli è affollato di ragazzi, di turisti stranieri, di giovani coppie sdraiate sull’erba a pancia in giù, di venditori di torri di Pisa d’avorio o di stagno, di bandierine, di palloncini colorati.
Un articolo di fondo del direttore de «La Nazione», Domenico Bartoli, rievoca gli incidenti di venerdì e attacca i greci antifascisti: “Ma non si può, non si deve ammettere che essi scendano per le strade, lancino bottiglie molotov, aggrediscano la polizia per impedire a un cittadino italiano candidato alle elezioni di esercitare il diritto alla parola, che la nostra Costituzione riconosce in modo così ampio. Una volta accertati i fatti in modo sicuro, la giustizia dovrebbe rapidamente colpire chi abusa della nostra responsabilità. Ma la sanzione che meglio si adatta al comportamento aggressivo di uno straniero è certamente quella dell’espulsione dal territorio nazionale”.
La notizia che in carcere è morto un giovane anarchico colpito dalla polizia la sera del 5 maggio, comincia a circolare nella mattinata. Giuseppe De Felice, il segretario del pci, lo viene a sapere dal fratello che lavora all’ospedale; l’avvocato Cariello dalla madre; il sostituto procuratore della repubblica, Sellaroli, dal maresciallo Laurenza: “Chi è chiede ‘il greco, quello dell’occhio?’ ‘No, un bassino, quello che disse che gli faceva male la testa’. ‘Il giovane che appoggiò il capo alla tavola, allora'”
Sauro Ceccanti, informato da un amico, è preso dalle convulsioni. Suo fratello Soriano non ci vuole credere: “Non si può descrivere che cosa provai a pensare che l’avessero ammazzato in quel modo. Non ci credevo perché la morte non esiste a vent’anni”.
L’anarchico Nilo, uno dei vecchi che ascoltavano in silenzio le discussioni nella sede di via San Martino, chino sulla sua solita sedia non smette di piangere.
Mentre la notizia che è morto Serantini si diffonde sempre più rapida nei bar, sul corso Italia, nelle sedi dei partiti, di Lotta continua, nei quartieri di periferia, al Cep, all’ospedale, la professoressa che ha trovato a Franco la possibilità di lavorare come perforatore di schede, ignara di tutto ciò che è accaduto dal venerdì in poi, lo cerca affannosamente al riformatorio e nei posti che è solito frequentare. I proprietari dell’ufficio hanno avuto dall’assicurazione o la promessa di assumere il giovane. Per l’indomani, lunedì. è fissata la visita attitudinale. Mentre muore, dunque, Serantini ha trovato forse anche un lavoro.
Il Sovversivo, 77-78

Sulla bara è stesa la bandiera anarchica, rossa e nera. I compagni la portano sulle spalle, sembra che l’accarezzino con la guancia. Le migliaia di bandiere del corteo, rosse, rosse e nere, nere con la “A” rossa, formano come una gigantesca rastrelliera di lance, le facce sono minacciose, il dolore si mescola alla rabbia.
Il funerale di Franco Serantini, martedì 9 maggio 1972: un misto di sfacelo e di orgoglio, di tensione e di consapevolezza che ancora una volta è finita, per uno, forse per tutti. Ci sono i ragazzi delle manifestazioni, delle marce, dei sit-in, della protesta, coi giubbotti, i maglioni, i blue-jeans, le barbe, i berretti cinesi, ci sono gli anarchici di tutta la Toscana, alcuni, i più anziani, con i cravattoni neri, ci sono il sindaco, i deputati della sinistra, i sindacalisti, i comunisti, i socialisti, i giovani repubblicani.
Una ragazza assorta, che cammina proprio davanti alla bara, tiene con le due mani un mazzo di gladioli rossi. I netturbini reggono la loro corona, un’altra corona la portano i ragazzi del riformatorio.
La corona della giunta comunale è di calle bianche, tenuta alta dai vigili urbani. I detenuti del Don Bosco hanno inviato delle margherite, dalla massa di teste spuntano cuscini di viole, di rose, di garofani.
Quelli di Lotta continua sono venuti da piazza San Silvestro marciando in migliaia attraverso mezza città, con bandiere tutte uguali, dall’asta di legno chiaro, in corteo dietro un enorme striscione rosso, teso a pochi centimetri da terra: Franco rivoluzionario anarchico ASSASSINATO dalla “GIUSTIZIA”‘ BORGHESE.
Il funerale si muove dall’obitorio davanti all’Orto botanico in via Roma. Serantini è rimasto per molte ore nudo, il suo vestito era stato sequestrato per la perizia e lui non ne possedeva un altro. Poi è arrivato un compagno con una giacca, un paio di pantaloni e una rosa rossa da mettergli sul petto.
La città è partecipe, dolente, il popolo porta fiori, le donne sostituiscono la madre ignota e piangono il figlio di nessuno. Il corteo, che svolta nel Campo dei Miracoli è di una cupa suggestione. Il rosso e il nero delle bandiere e le migliaia di pugni levati verso il sole pomeridiano fanno sembrare ancora più candido e immoto il marmo della cattedrale, della torre, del battistero e più morbido il verde del prato. C’è un’atmosfera di attesa solenne, c’è un gran silenzio, rotto dal rullare dei passi.
[…]
Marciano nel corteo migliaia e migliaia di persone. Tra loro anche quelli che Franco salutava ogni giorno, su e giù per il corso Italia e il Borgo Stretto e che ora si sono ricordati di quel ragazzo col motorino blu.
Pianto da un’intera città come un eroe caduto, il funerale è l’unico dono che abbia avuto dagli uomini: quella di Serantini è anche la storia di un giovane che solo nella disperata morte realizza la sua personalità.
Il corteo imbocca la via Pietrasantina che conduce diritto al cimitero suburbano. Una strada che Franco conosceva bene, il bar Vezio, la lavanderia, la trattoria Buzzino, il passaggio a livello, il cimitero di macchine, il cimitero vero.
Davanti al camposanto, un vecchio anarchico, Cafiero Ciuti, dice poche parole commosse. E un ferroviere in pensione, Ardito del popolo nel ’21, licenziato dai fascisti nel ’24. Si rivolge a Serantini con semplicità, come se ci fosse: “Franco, siamo qui. Ti siamo sempre stati vicini, la tua lotta è stata la nostra lotta”. Poi intona l’Internazionale e tutti levano il pugno.
Vicino alla fossa parlano un militante di Lotta continua e un anarchico del Gruppo Durruti di Firenze. La folla, poi, se ne va per i vili. Gli anarchici cantano piano una loro canzone: “Figli dell’officina, figli della terra, già l’ora s’avvicina della più giusta guerra…” […]
Il Sovversivo, pp.85-87


Il fascicolo Serantini porta il numero 78/72 del registro generale del giudice istruttore di Pisa, Paolo Funaioli, dal primo gennaio 1947 si è fatto trasferire, questa volta per sua volontà, alla sezione lavoro del tribunale. Del caso dell’anarchico, si occupa ora il giudice Angelo Nicastro.
E a questo punto non è così importante sapere se il capitano, il maresciallo, l’agente sono stati condannati per falsa testimonianza, se il medico del carcere è stato riconosciuto colpevole di omicidio colposo e se fra i poliziotti del secondo e terzo plotone della terza compangnia del I Raggruppamento celere di Roma, sono stati individuati, processati, puniti i responsabili materiali della morte di Franco Serantini.
Lo Stato non ha fatto giustizia, non potrà neppure farla, non potrà processare se stesso senza mutare le sue strutture. Ha scritto Vergès: ”Denunciare la tortura senza riferirsi al suo contesto politico, trattare da criminale il boia e fingere di credere nella coscienza del ministro, accanirsi a incolpare con rassegnazione il capitano o il tenente, é tentar di far credere che una guerra coloniale può essere fatta coi guanti bianchi e lo statuto dell’Onu a portata di mano. Qui la disonestà non sta nell’operato dei modesti esecutori, ma nelle coscienze liberali che li spingono a tali imprese”
Perché allora lo scandalo? Il razionale pessimismo, la conoscenza realistica dei meccanismi istituzionali non devono impedire e negare la ricerca della verità. E la verità è venuta fuori per la volontà e la coscienza civile di uomini che, dentro l’apparato dello Stato e fuori si sono battuti per i diritti civili, hanno fatto delle scelte, hanno sacrificato tutto alla libertà e alla giustizia, si sono rivelati diversi, anche a se stessi, probabilmente.
Lo Stato, stupito delle reazioni dell’opinione pubblica democratica in difesa di un uomo senza valore, un rifiutato sociale privo di ogni forza di scambio politico, si è obbiettivamente confessato colpevole. Lo accusano i suoi comportamenti, i suoi continui e impudenti tentativi di mascherare e di insabbiare le responsabilità e di chiudere un caso che ha assunto un valore di simbolo del rapporto fra cittadino e stato di diritto, fra autoritarismo e libertà.
Non c’è da stupirsi se la vittima di una vita di violenza è morto in un modo così atroce e se sul suo cadavere ha seguitato a stratificarsi la violenza del potere. Giustizia non è stata fatta, ma fuori dai tribunali, con la forza di una cultura nuova che sta nascendo alle radici della società e sta seminando i suoi granelli contro una politica arcaica che esprime la repressione come superstizione e la violenza come autodifesa del cinismo, dell’indifferenza e del privilegio, la coscienza popolare ha giudicato.
La tomba è sempre piena di fiori. Garofani rossi dei compagni, umili fiori delle donne di Pisa. “Franco Serantini anarchico ventenne colpito a morte dalla polizia mentre si opponeva ad un comizio fascista”, dice la lapide. Il monumento sorge nel campo del cimitero dov’è sepolta la borghesia cittadina medio-alta. Franco è vicino ad industriali, procuratori generali, professori dell’università. La sua tomba, con le bandiere rosse e nere, è accanto alle cappelle di marmo della famiglia Benelli, della famiglia Mannocci, della famiglia Braun e alla tomba dell’ammiraglio Giuseppe Fortunato Pardini, patrizio pisano. 
Il Sovversivo, Pp. 129-130

 

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