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Appunti dall’incontro con Stefano Portelli a partire dal suo libro ”Il diritto di restare – Espulsioni e radicamento tra Roma e Ostia”

 Per introdurre questo libro e le nostre lotte per il diritto all’abitare partiamo da alcune domande: chi ce lo fa fare? Qual è il senso e gli obiettivi, quali sono le strategie? 
Partire da qui ci fa riconoscere chi ci guadagna e come lo fa. Stefano oggi è una risorsa da questo punto di vista. Ci racconta la volontà di guardare a chi viene consideratə di serie b, di temi come baraccopoli, campi, periferie. Ci fa vedere lì dentro il legame sociale. Contesti sociali e territori non da conservarle così come sono ma nemmeno farsi buttare come vissuto. Di seguito il primo intervento di Stefano portelli nel corso dell’iniziativa e l’indice del libro

 Grazie dell’invito. Per la stesura del libro ho fatto molta ricerca molti incontri molte interviste e molto lavoro di campo ma il libro è il mezzo: gli incontri che ci facciamo sono il fine.
Facendo parte di una piccola organizzazione di lotta per la casa a Roma e ho avuto l’opportunità di studiare alcuni aspetti. Questo libro non porta “risposte”. Piuttosto porta un metodo.
Cosa difendiamo quando difendiamo uno sfratto? Che prospettive si aprono? Siamo abituati a pensare che difendiamo il diritto alla casa. Poi il diritto alla città.
C’è però un altro aspetto che viene fuori da questa ricerca: il diritto di restare.
Ci sono dei legami “invisibili” che si creano tra le persone. Noi definiamo le nostre le lotte col linguaggio col nemico: “anti-sfratto”, “anti-gentrificazione”.
Nel libro parlo dei quartieri spagnoli a Napoli, delle occupazioni INPS a Roma e della finanziarizzazione dell’abitare a Milano. C’è un filo comune: le recinzioni. Tutte queste sono forme di espulsione di usi e dei luoghi da parte di strutture che estraggono valore. Si pensi agli albori del capitalismo: l’espropriazione con recinzioni su terreni “comuni”.
C’è stata la rottura di un radicamento, cioè unrapporto simbolico e invisibile con uno spazio. Noi per definizione come esseri umani non abbiamo vere radici, ci spostiamo, siamo resilienti e ricostruiamo i nostri legami. La controparte dice “se hanno i mezzi per abitare perché dovrebbero chiedere altro?”: così legittima lo spostamento delle persone. Questo poi cambia in base al tipo di stato nazione a cui si appartiene. 
In questa trappola retorica del progresso, dello sviluppo e dei trasferimenti forzati che lo accompagnano ci sono finiti spesso anche movimenti rivoluzionari. Ma questa logica è lo strumento per permettere riconfigurazioni radicali dei territori: si pensi a Gaza.
Come si legittima uno sfratto?
Spostare è un gesto di guerra. Dopo la guerra il trasferimento forzato di intere popolazioni è stato giustificato nel nome dello stato nazione.
Con l’housing act negli Usa si sono demoliti i centri storici. Per esempio è stata fatta tabula del centro di Boston. Abitanti spostati fuori dalla città.
In Inghilterra 3 milioni e 700mila persone sono state espulse dai centri delle città. Un altro smembramento è stato fatto a Parigi.
Dalla demolizione si passa alla gentrificazione: si conservano gli edifici ma si espellono le persone.
In Italia c’è stata la demolizione dei sassi di Matera e di chi ci viveva. 19mila persone sono state cacciate dal centro per essere trasferite in case popolari di periferia.
La stessa strategia usata per le baraccopoli di Roma, Milano, Torino: descritte come luoghi infernali lo stato ha dato come risposta la loro demolizione e lo spostamento delle persone. Qui viene la parte complessa. Ad esempio a Roma a quel tempo ci si batteva per avere le case dignitose. 10mila persone vengono spostate ad Ostia: è stata una grande vittoria. Il problema è stato che da quando si sono trasferite iniziano ad usare un termine forte. Dicono di essere state “deportate”. Quel gesto che sembrava una vittoria ha in se anche una violenza. Molti abitanti lo considerano peggiore di dove stavano prima. Così ci si rende conto che c’erano stati errori.
Un’altro quartiere che è stato il prodotto di questi processi è la Magliana. Nel libro ci sono le interviste agli ex abitanti delle baraccopoli che poi si sono trasferiti a nuova Ostia.
Brutti e sporchi ma non cattivi.
In quelle baraccopoli si era costituito qualcosa che le persone si sono rese conto solo dopo di aver perso.
Ad Ostia c’è nuova Ostia, la tomba di Pasolini. Poi c’è l’idroscalo. È  stato occupato silenziosamente, piano piano. Adesso ci abitano 2000 persone. Per chi abita in questo quartiere autocostruito c’è un forte stigma. La cosa potente è che di fronte agli attacchi le persone che abitano lì chiedono di poter rimanere. Gli abitanti non si fidano dei militanti il loro obiettivo è: “noi vogliamo costruire un borghetto”. Esiste un’idea del tipo di autogestione che si vuole. E’ come se le persone avessero imparato dagli errori del passato.

Che tipo di lotta politica fare allora? Non sovra-determinare. Come questa riflessione è utile? Fine intervento.


Di seguito l’indice del libro.

Lo Stato bulldozer
2. Ai margini di Roma
3. Lo sradicamento: le persone sono sostituibili?
4. Il vento della storia


1. Sotto gli archi di un acquedotto
Le chiamavano baracche/La lotta per la casa/Nostalgia della baracca?/Lapide
2. Una mattonata sulla testa
Dall’Acquedotto Felice al ghetto infelice/Abbiamo occupato tutto/Lo spezzamento di una comunità/Un amore tossico
3. L’ultimo borghetto di Roma
La Sardegna dei poveri/Il marchio abusivo/Affari d’acqua/Tre dinamiche socio-spaziali
4. Quand’hanno sbracato
Una sottile linea rossa/La vita nel residence/Il diritto di restare

Coda: una testata alla volta
1. Una deriva verso i margini
2. La palestra della legalità
3. Angeli e demoni
4. Non ci sono buoni
Indice dei nomi

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