Sabato 31 maggio, dalle 17.30, la libreria popolare Paulo Freire in collaborazione con Giulia Bendinelli presenta l’evento ”Back to the roots”.
Una serata di dibattito, approfondimento, ma anche jam e musica, all’insegna dell’hip hop.
A partire dalla presentazione della tesi di Giulia Bendinelli ”L’Hip Hop nell’ era globale” sarà presentato il caso italiano tra mercificazione culturale e memoria generazionale del mondo dell’hip hop: un viaggio tra periferie italiane e palcoscenici globali, dove il breaking diventa strumento di identità, creatività e lotta culturale.
Nella restituzione della tesi sono riportate Interviste ai bboy ’90 vs post 2000, tensioni tra autenticità e mercato, strategie di glocalizzazione e rinegoziazione dei valori.
Di seguito il riassunto scritto dall’autrice per introdurre la sua tesi.

Questa ricerca analizza l’evoluzione dell’hip hop come fenomeno culturale e sociale globale, con un focus specifico sul contesto italiano. L’obiettivo principale è comprendere in che modo i processi di globalizzazione abbiano influenzato la diffusione e la trasformazione dell’hip hop, interrogandosi se tale evoluzione abbia comportato una perdita dei valori originari o, al contrario, ne abbia rafforzato il ruolo come linguaggio di resistenza.
Il lavoro si apre con un approfondimento teorico sulla globalizzazione, affrontata da una prospettiva culturale. Si parte dal concetto di ”globalità” proposto da Steger e dalla definizione di Robertson, che interpreta il fenomeno come una compressione spazio-temporale accompagnata da una crescente consapevolezza del mondo come unità interconnessa. La globalizzazione viene quindi intesa non solo in termini economici, ma anche come trasformazione sociale e culturale. Le visioni critiche di Ritzer, Barber e Latouche mettono in luce i rischi di omologazione (McDonaldizzazione), mentre autori come Appadurai e Kraidy valorizzano i processi di ibridazione e glocalizzazione, sottolineando le possibilità creative delle culture locali nel reinterpretare influenze globali.
In questo scenario teorico si inserisce l’hip hop, nato nel Bronx degli anni ’70 come espressione del disagio urbano e della marginalizzazione etnica. Le sue quattro discipline fondanti — breaking, DJing, MCing e writing — si sono sviluppate come strumenti di affermazione identitaria e resistenza simbolica. Il Bronx viene letto attraverso le teorie di Wacquant, che lo interpreta non come semplice area degradata, ma come prodotto di precise politiche di segregazione urbana e razziale.
La ricerca ricostruisce quindi la diffusione dell’hip hop su scala globale e la sua trasformazione in linguaggio transnazionale, in bilico tra autenticità e mercificazione. In Italia, la cultura hip hop si diffonde a partire dagli anni ’80, trovando terreno fertile nei centri sociali, nelle piazze e nei circuiti alternativi. Il contesto italiano ha saputo combinare le influenze afroamericane con le specificità locali, dando vita a espressioni ibride, profondamente radicate nel tessuto sociale urbano.
Il cuore dell’indagine è rappresentato da una ricerca qualitativa basata su interviste a b-boy italiani appartenenti a due generazioni: una formatasi negli anni ’90, l’altra attiva dagli anni 2000 in avanti. L’approccio metodologico è di tipo tematico: dopo aver individuato una serie di core category emerse dalle interviste, esse sono state raggruppate e analizzate sulla base della loro frequenza e delle connessioni concettuali.
L’obiettivo era far emergere pattern ricorrenti e nodi interpretativi significativi, utili a comprendere come i breaker percepiscano e vivano oggi l’hip hop, e come tali esperienze si siano modificate nel tempo.
Questa strategia analitica ha permesso di affrontare la questione centrale del lavoro: se l’hip hop stia perdendo i suoi valori originari o se, invece, stia dimostrando una capacità adattiva, capace di mantenere un ruolo critico e trasformativo anche all’interno delle logiche globali. L’hip hop viene quindi analizzato come cultura urbana transnazionale, in cui le dinamiche locali interagiscono continuamente con il contesto globale.
Le testimonianze raccolte mostrano una chiara differenza generazionale: i breaker degli anni ’90 raccontano un accesso esperienziale alla cultura, basato su socializzazione diretta, jam spontanee e trasmissione orale; i più giovani, invece, si formano prevalentemente tramite i media digitali, le scuole di danza e i social network. Questo cambiamento ha avuto un impatto sulla trasmissione dei valori, con un indebolimento della dimensione comunitaria e una crescente enfasi su performance, visibilità individuale e perdita di originalità.
Tuttavia, non mancano elementi di continuità. In entrambe le generazioni viene riconosciuto il valore della memoria storica, del rispetto reciproco e dell’interconnessione tra le discipline artistiche, anche se quest’ultima si è progressivamente indebolita nel tempo. Molti breaker, soprattutto tra i più giovani, mettono in atto strategie di ri-appropriazione locale, reinterpretando le influenze globali con spirito critico, cercando di preservare l’autenticità del movimento nonostante le pressioni commerciali.In conclusione, l’hip hop si conferma una subcultura dinamica, capace di trasformarsi senza perdere la propria forza espressiva. Le trasformazioni osservate non ne sanciscono la fine, ma ne testimoniano la vitalità e la complessità. Per il futuro, sarà fondamentale valorizzare la trasmissione intergenerazionale, costruire spazi autentici di scambio e utilizzare in modo consapevole le tecnologie per mantenere vivi i valori fondanti della cultura hip hop in un contesto sempre più globalizzato.

(2) La locandina che riprende questo tema fatta per la serata “Back to the roots”

English version
This research explores the evolution of hip hop as a global cultural and social phenomenon, focusing specifically on the Italian context. The main objective is to understand how globalization processes have influenced the dissemination and transformation of hip hop, and whether this evolution has led to a loss of its original values or, conversely, has strengthened its role as a language of resistance.
The study opens with a theoretical discussion on globalization from a cultural perspective. It begins with Steger’s concept of “globality” and Robertson’s definition of globalization as a space-time compression and increased awareness of global interconnectedness. Globalization is thus understood not only in economic terms but also as a social and cultural transformation. While critical thinkers such as Ritzer, Barber, and Latouche emphasize the risks of homogenization (e.g., McDonaldization), authors like Appadurai and Kraidy highlight the potential for creative reinterpretation and glocalization by local cultures.
Within this framework, hip hop emerges as a cultural movement born in the 1970s Bronx in response to urban decay and racial marginalization. Its four foundational disciplines—breaking, DJing, MCing, and writing—developed as tools for identity affirmation and symbolic resistance. The Bronx is analyzed through Wacquant’s theory of the ghetto, seen not simply as a degraded space but as the result of deliberate racial and urban policies.
The research then traces the global spread of hip hop and its transformation into a transnational language caught between authenticity and commodification. In Italy, hip hop spread in the 1980s, flourishing in social centers, public spaces, and alternative media. The Italian scene succeeded in blending African American influences with local specificities, creating hybrid forms deeply rooted in the social fabric of urban life.
The core of the investigation consists of a qualitative study based on interviews with Italian b-boys from two generations: one that came of age in the 1990s and another active from the 2000s onward. The methodological approach is thematic: a set of core categories emerging from the interviews was grouped and analyzed according to
frequency and conceptual connections. The aim was to identify recurring patterns and
significant interpretive nodes to better understand how breakers perceive and experience
hip hop today, and how these experiences have changed over time.
This analytical strategy made it possible to address the central question of the study:
whether hip hop is losing its original cultural values or, instead, demonstrating an
adaptive capacity that allows it to retain a critical and transformative role within global
dynamics. Hip hop is thus interpreted as a transnational urban culture, where local
dynamics continuously interact with global forces.
The interviews reveal a clear generational contrast: 1990s breakers describe an
experiential access to culture based on direct socialization, spontaneous jams, and oral
transmission. Younger dancers, by contrast, primarily learn through digital media,
dance schools, and social networks. This shift has impacted the transmission of values,
weakening community dynamics and increasing emphasis on performance, individual
visibility, and loss of originality.
Nevertheless, continuity persists. Both generations recognize the importance of
historical memory, mutual respect, and the interconnectedness of artistic disciplines,
even though the latter has gradually diminished over time. Many breakers—particularly
younger ones—engage in local re-appropriation strategies, critically reinterpreting
global influences and striving to preserve the movement’s authenticity despite
commercial pressures.
In conclusion, hip hop emerges as a dynamic subculture capable of evolving without
losing its expressive strength. The transformations observed do not mark its end, but
rather attest to its vitality and complexity. Looking forward, it will be essential to
enhance intergenerational transmission, create authentic spaces for exchange, and use
technologies consciously to preserve the foundational values of hip hop culture in an
increasingly globalized world.