Sabato 13 dicembre alle 17.00 si terrà la presentazione del libro ”Neanche un filo d’erba. Socioanalisi narrativa di un carcere minorile” presso lo Spazio Antagonista Newroz.
A seguire cena di autofinanziamento per le spese legali.
”Neanche un filo d’erba” è il grido di rabbia, dolore e riscatto di giovani ragazzi detenuti nel carcere minorile di Beccaria a Milano. Nemmeno un filo d’erba cresce nel carcere, neanche uno spiraglio di vita è concesso dall’istituzione totale, studiata per produrre le peggiori emozioni ed esperienze che l’umano è costretto a vivere: prepotenza, razzismo, solitudine, noia micidiale, assenza di spazio vitale, soffocamento del bisogno di liberarsi, fiorire, gioire e soprattutto battersi per migliorare la propria vita. Il libro che presenteremo sabato 13 dicembre insieme al Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, propone la voce di giovani detenuti del carcere, ragazzi razzializzati, costretti nella micro-criminalità, consapevoli e protagonisti del tradimento doppiamente coloniale dell’Italia nei loro confronti, che con una mano opprime e saccheggia i Paesi di provenienza (Nord Africa soprattutto) e con l’altra incarcera e stigmatizza chi migra per condizioni di vita più giuste.
La potenza e la ricchezza di queste voci sta nel fatto che ogni faccia dell’oppressione carceraria è narrata nella sua verità e dal punto di vista di chi la vive: dalla tossicodipendenza alla psichiatrizzazione, dalla privazione di affetto e socialità all’umiliazione razzista, dalla sistematica recidività a cui si è costretti una volta varcata la soglia del carcere all’uso del carcere per dirottare i flussi migratori nei non-luoghi delle prigioni.
L’umanità in eccesso dal punto di vista del capitalismo coloniale e predatorio deve giacere in carcere, meglio se sin da giovane età, quando la pretesa e il bisogno di vita battono in maniera più incontenibile e si scontrano con i vincoli della burocrazia, della polizia, dei permessi di soggiorno, delle barriere di lingua e delle tasche vuote.
Ma questa umanità in eccesso sono ragazzi e giovani, le cui risorse vitali sono altrettanto significative della violenza che le comprime: il teatro, la preghiera, il tatuaggio, le rivolte… sono tante le facce con cui quotidianamente nel carcere di Beccaria si resiste alle bugie degli assistenti sociali e alle botte dei poliziotti. Sono quelle risorse che rendono chiaro perchè il carcere è irriformabile: sono quella stessa vita che batte e che ha bisogno di autodeterminazione, protagonismo, di poter decidere del proprio progetto di vita in libertà e con altri e altre. Tutto ciò, il carcere non solo lo impedisce di fatto, ma lo nega e vi si oppone per conservare e irrigidire le gerarchie e le barriere all’interno della società.
Di seguito proponiamo un estratto dal libro, il capitolo dedicato alla ”Pedagogia nera” del carcere, basata sul manganello e la brutalità, sulla violenza come linguaggio esplicito e formale delle regole del carcere, di cui i ”diritti” delle persone detenute sono scialbi tentativi di copertura. Come Libreria Popolare Paulo Freire ci sforziamo di proporre ragionamenti e approfondimenti per sviluppare una pedagogia di liberazione, di comunità, funzionale alla crescita delle lotte e alla fioritura dei bisogni e dell’espressione di chi attraversa il nostro spazio e i percorsi che vi si intersecano. Ma è anche opportuno fare i conti e continuare a conoscere, per combatterla, la ”pedagogia della crudeltà” che domina la modernità capitalista e che ha nel carcere una delle sue più violente espressioni.
LA PEDAGOGIA NERA
Fuor di metafora la ”pedagogia nera” è la pedagogia del bastone. ”Fai come ti dico o ti umilio e ti raddrizzo la schiena. Così impari!” Una minaccia permanente e periodicamente dimostrata. Con o senza ”eccessi”. Niente di nuovo dopotutto per una istituzione di reclusione che, al di là della retorica costituzionale, non ha mai abbandonato le sua storica radice ”punitiva”. Ma pur tralasciando questa annosa questione, il nodo del manganello resta sul tappeto poiché le legnate non hanno mai ”raddrizzato” né “educato” nessuno. Possono indurre timore, paura, lesioni, oppure rabbia e rivolta, ma queste conseguenze altro non sono che le misure del suo fallimento. Le storie raccontate dai ragazzi ce ne mostrano alcune brutali sfumature e il loro sostanziale insuccesso.
«Le guardie non sono tutte uguali. Un po’ dipendeva da persona a persona. Qualcuno buono lo trovi sempre. Per me, comunque, ”buono” non è nessuno perché uno che sceglie un lavoro del genere per me… Non tanto per la divisa, anche se la divisa è già un problema. Però in generale per la loro scelta di lavoro in questa istituzione, per la loro formazione… io non li considero proprio! Per me uno che per soldi fa una scelta di vita del genere, accetta un lavoro del genere, vuole dire che vale zero. Io non li rispetto per questo. Anche se sembra che diano meno fastidio di quelli che incontri sulla strada, è proprio il tipo di lavoro che scelgono che a me non sta bene. Scelgono di fare galera gratis! Vivono condizioni poco dignitose, perché non è che fanno una vita dignitosa; il loro non è un lavoro dignitoso… è proprio la mentalità che hanno. Io non gli dico né buongiorno, né buonasera, né ”come va?”. Niente. Nessuna confidenza. Non mi piace. Zero. Non li rispetto per questi motivi. E anche per altri motivi che ho vissuto in questi istituti sulla mia pelle. Li ho vissuti questi istituti e anche mio padre quand’ero piccolino ha dovuto girare tutt’Italia. Sono stato in carcere a Nizza, in Spagna, in Olanda. Quindi so cosa sono questi carceri e la mia visione non è che sotto questo punto di vista possa essere positiva. Sono cresciuto così. Rispetto tante cose ma questa proprio non ce la faccio, è più forte di me. Le condizioni di vita che mi hanno imposto non me lo consentono. Ricordo che quando ero piccolo e andavo a fare colloquio in carcere con mio padre chiedevo a mia mamma: ”Vorrei sapere cosa c’è là dietro”. A vederlo ci sono andato presto!».
«Avevo una gamba ingessata. Gli assistenti, la polizia penitenziaria, non mi aiutavano e quindi quando avevo necessità erano i compagni ad aiutarmi. Loro si limitavano a controllarci. Forse erano anche loro in difficoltà e non sapevano come dovevano muoversi. Una risposta non me la so dare. So solo che quando gli chiedevi qualcosa erano molto impulsivi e normalmente un ragazzo di quattordici anni non è che si preoccupa molto della minaccia: ”Guarda che ti faccio rapporto!”».
«Io ero lavorante nel reparto per giovani adulti di Pavia e portavo il carrello anche in Isolamento. C’era un ragazzino di diciassette o diciotto anni, sembrava di vedere me. In poche parole era messo male, non riusciva a camminare, era messo davvero male. Le voci del carcere dicevano ”È un ragazzo scappato dal Beccaria”. Tutto distrutto era. Ho chiamato un assistente e gli ho detto: ”.Non sono modi questi di trattare un ragazzino, ma siete matti?”. Era messo così male che non riusciva a camminare. Non riuscivo a lasciarlo laggiù, mi dispiaceva. Sai, andando lì tutti i giorni… Dopo una settimana ho convinto gli assistenti, il brigadiere e gli ispettori – non solo io ma anche i ragazzi più grandi. Infine ce l’hanno portato in reparto e lui raccontava la sua storia. A me dispiaceva come la raccontava e quello che ha passato in quel momento lì, le botte e non capiva più niente. Non lo hanno beccato qua ma da un’altra parte. Poi lo hanno riportato. (…) Lo hanno preso in casa, lo hanno portato qua, lo hanno riempito di botte, lo maltrattano e lo portano in carcere a Pavia. Un carcere abbandonato da tutti quanti. Se vivi, vivi. Se muori, muori! Allo Stato non importa niente. In quel carcere nel 2021 o 2022 ho visto perfino dei ragazzi appesi con una corda!».
«Ai Gruppi si stava malissimo, c’erano sempre casini con gli agenti e tra di noi. Litigavamo spesso noi italiani contro egiziani, marocchini e tunisini. Una volta c’è stata una rissa grossa, gli agenti ci hanno lasciato scannare, solo dopo sono intervenuti dicendo che era una rivolta, ma non era una rivolta. Io ai primi tempi dormivo con il manico della scopa spezzato sotto il cuscino, avevo paura di essere aggredito, delle risse. Non sempre succedeva, ma cercavano di mettere italiani e stranieri in celle separate e da noi italiani ci mandavano gli stranieri bravi, quelli che non fanno più casino, che si sono adattati alle regole, che i loro paesani chiamano ”infami”. Gli agenti usavano a volte anche noi ragazzi italiani per punire qualcuno che rompeva i coglioni. Ci dicevano ”dai una lezione a quell’egiziano di merda che rompe i coglioni, vedrai che non ti succede niente, non ti arriva la denuncia”».
«Sono stato al Beccaria nel 2019 e ci sono stato un paio di mesi poi mi hanno portato in Comunità. Mi hanno arrestato da minorenne per via dello spaccio di droga in una discoteca. Poi quando sono entrato lì con i compagni mi sono trovato bene. Ma un giorno è successo che ho visto dalla finestra del carcere una ragazza e le ho gridato qualcosa. Avevo sedici anni e non vedevo una ragazza da un mese. Era la moglie di un ‘assistente’ che lavorava e abitava con la moglie nei pressi del Beccaria. Beh, è salito su in sezione con altri e, minchia, ho preso un sacco di botte! Mi ha chiuso in una cella e giù botte! Poi dopo essersi sfogato mi ha rimesso nella mia cella. Certe guardie comunque erano aggressive anche quando ti accompagnavano ti facevano spogliare dopo i colloqui. Ce n’erano altre che erano un po’ più morbide, ma in generale…».
«Poi mi hanno messo in Comunità in ”messa alla prova”, ma mi è ”saltata” e arrivata la maggiore età mi hanno portato al carcere dei maggiorenni per scontare la pena del reato da minorenne. In un primo tempo mi avevano riportato al Beccaria dove non mi hanno voluto tenere perché avevo ormai vent’anni. Così mi hanno prima portato a Bergamo in una sezione di transito per il Covid dove non conoscevo nessuno. Tutta gente adulta. Da lì mi hanno poi spostato a Bollate dove c’era più libertà, sembrava di essere in Comunità, perfino meglio, però mi hanno beccato con del fumo e, dopo avermi ”caricato per bene”, mi hanno messo in isolamento per tre settimane. Poi è arrivata la ”squadretta” e ancora una volta sono state botte prima di sbattermi nel furgone con destinazione Bergamo. Un trasferimento bruttissimo. I sacchi con la mia roba me li ha portati un lavorante».
«Una volta un mio concellino egiziano che aveva dei problemi psichici l’hanno portato in ospedale. Per farlo stare buono gli hanno dato il telefono (spesso gli agenti quanto ti portavano fuori ti prestavano il loro telefono per farti giocare, guardare i social, per tenerti buono… una volta a me mi hanno comprato anche del cibo al McDonald’s, se lo son comprati per loro e a me mi han chiesto cosa volevo). Questo qua ha aperto Instagram e sotto le coperte si è masturbato con la foto della moglie dell’agente. Gli agenti si sono accorti, ma all’ospedale non hanno detto e fatto niente. Quando è rientrato al Beccaria la prima sera non hanno fatto niente perché c’era il comandante. Una mattina ci hanno svegliato urlando, hanno picchiato sul blindo, hanno aperto e si son presentati in cinque agenti e hanno massacrato questo qua e qualche altro ragazzo».
«Secondo me dipende anche in che luogo sei. È bello che oggi possono entrare tutti questi civili perché so che una volta non potevano proprio entrare. Non esisteva un civile dentro il carcere. C’era qualche suora, il cappellano e basta. La cosa positiva che ora possono entrare i civili e possono raccontare fuori a quelli che non conoscono qual è la vita reale del carcere quello che realmente è. Magari fuori qualcuno pensa che qui si sta bene! Un civile che entra invece si fa un’opinione diversa; può portare fuori un racconto e questo accresce un po’ la nostra sicurezza».
«Prima le guardie erano in abiti civili. Adesso da un paio di settimane sono in divisa militare. Anche questa è una puttanata. Adesso hanno introdotto la divisa forse per farci più impressione ma per me hanno solo peggiorato la situazione…».
CONSIDERAZIONI
Quando venne deciso che negli IPM gli agenti, le guardie, dovevano avere le divise c’era dietro un discorso di pressione e di impressione. Sarebbe interessante ripescare le ragioni che avevano addotto quando decisero di togliergliele; e quelle attuali di ripristinarle. Ma dopotutto, queste operazioni d’immagine vanno e vengono sull’onda dei governi e del loro rapporto con l’opinione pubblica; e come le prendano i ragazzi non ha proprio alcun peso. Oltre alle violenze dirette la “letteratura” anche giudiziaria sull’argomento ci porta a conoscenza anche di quelle “indirette”. Un ex operatore del Beccaria, per esempio, ci offre questo suo ricordo:
«Un giorno sono salito nei gruppi perché i ragazzi non scendevano… c’era sangue dappertutto… gli agenti avevano detto ai ragazzi del gruppo che due ragazzi appena arrivati erano accusati di violenza sessuale… hanno lasciato che il gruppo massacrasse questi due».
Non è il primo racconto di ragazzi dati in pasto dagli agenti agli altri detenuti … «Anche alcune indagini che riguardano agenti arrestati parlano di questa ”modalità”». Infatti, per i maltrattamenti aggravati esercitati tra il 2021 e il 2024 – tra i quali, oltre alle lesioni, le umiliazioni e gli insulti razzisti subiti dai ragazzi compaiono perfino una tentata violenza sessuale operata da un agente nei confronti di un detenuto e la voce ”torture” – sono state messe sotto inchiesta giudiziaria quarantadue persone. In un primo tempo, nell’aprile 2024 vennero messi sotto indagine tredici agenti penitenziari, otto dei quali furono anche sospesi dal lavoro. All’inizio di agosto 2025 i PM incaricati hanno però aggiunto a quel primo elenco un comandante e altri tredici agenti, un medico, due operatori sanitari, due ex direttrici e una vicedirettrice.
Come andrà a finire… si vedrà.