Di seguito l’introduzione di Evasioni e rivolte, testo di inaugurazione del nuovo percorso di studio della Libreria, incentrato sui testi dell’autore, Emilio Quadrelli.
Introduzione
I dannati della metropoli
Oggi, controllo del vivente significa soprattutto articolazione di strategie, scientifiche e politiche, di delimitazione e di definizione della vita in un mondo globalizzato.
Alessandro Dal Lago
L’ordine del discorso
Da tempo i Cpt sono oggetto di ricerca e riflessione in diversi ambiti disciplinari, oltre che argomento trattato dalle più svariate agenzie mediatiche. Grazie a questo interesse plurale gran parte della verità vera intorno agli odierni lager per migranti è diventata sufficientemente nota; un aspetto, tuttavia, sembra essere stato continuamente eluso: le lotte e le resistenze che i migranti hanno messo in moto autonomamente attraverso l’esperienza della detenzione; una ”dimenticanza” non da poco, che tenderebbe a confermare l’idea secondo la quale, in fondo, i migranti sono in possesso di voce ma non di linguaggio. Nei confronti dei Cpt filosofi, giuristi, ricercatori sociali, giornalisti, politici hanno focalizzato lo sguardo sul potere, ignorando perlopiù la dimensione delle resistenze e finendo con il considerare del tutto inessenziali le soggettività degli internati. Persino nei rari casi in cui i deportati assumevano un ruolo preponderante, a occupare il centro della scena, più che le lotte, ha finito per essere la scrittura o, meglio, la sua negazione. Eppure, come ricorda Foucault, ogni potere non può che generare lotte e resistenze. Di questo proverà a occuparsi il testo che segue.
Tutto ciò ha molto a che vedere con le foucaultiane ”vite degli uomini infami” (dove l’azione assume un ruolo centrale e decisivo) nei confronti delle quali anche il cosiddetto pensiero critico spesso mostra di trovarsi ampiamente a disagio. In fondo, se tali esistenze hanno ben poco di presentabile, ancora più imbarazzanti appaiono le pratiche di resistenza attraverso cui le soggettività si mostrano, ma non solo. La dimensione ”concreta” in cui queste vite sono immerse, e tutte le ricadute che ciò comporta, difficilmente possono trovare spazio e legittimazione nei dibattiti politici e culturali che appassionano i nostri mondi. Le donne e gli uomini immigrati hanno ben poco a che vedere con ciò che anima ed entusiasma le donne e gli uomini del Palazzo, poiché sono completamente ascritti al mondo della Strada, dove trovano ben poco spazio per i manierismi, i formalismi e gli scambi di opinione civili e assennati. Più realisticamente, queste esistenze sono segnate dai rapporti di forza materiali che, volta per volta, le diverse situazioni concrete determinano. Tale dimensione ha ben poco in comune con le retoriche convenzionali del Palazzo. Prendiamo, per esempio, la ”questione femminile”. Per le donne del Palazzo, questa si pone nei termini di ”quote rosa” e ”pari opportunità di carriera”, una cornice che difficilmente può appassionare le donne immigrate le quali, nella migliore delle ipotesi, possono aspirare a diventare le loro colf. Se dai mondi femminili ci spostiamo verso quelli maschili lo scenario non è molto diverso. È improbabile che gli uomini del Palazzo si siano mai trovati a dover riscuotere i compensi che sono loro dovuti ricorrendo alle convincenti argomentazioni del freddo acciaio di un coltello. Così com’è alquanto improbabile che, per fare fronte alle più prosaiche esigenze della vita, debbano continuamente attraversare i confini della legalità. Affitto, bollette e spesa quotidiana sono fastidiose incombenze ma non destano particolari apprensioni. Per i loro figli le cose non sembrano andare diversamente. Nessuno di loro, infatti, avrà realisticamente a che fare con le infinite ”fabbriche del sudore” all’interno delle quali molti giovani immigrati trovano il loro naturale ”destino”; gli esempi, in proposito, potrebbero andare avanti pressoché all’infinito.
D’altra parte le cose non cambiano se il nostro sguardo si sposta oltre i confini nazionali. Ben difficilmente gli abitanti del Palazzo possono prendere in considerazione le resistenze alle varie forme di internamento alle quali sono sottoposte le donne e gli uomini sul loro suolo natio, quando quella forma-campo è la diretta conseguenza di una decisione politica presa all’interno del Palazzo. Per i suoi abitanti è difficile legittimare la rivolta degli operai indigeni contro le aziende che, proprio grazie a tale decisione, hanno potuto colonizzare intere economie, ed è ancora più improbabile esprimere simpatia, solidarietà e complicità verso la ribellione di quelle donne destinate a essere il ”riposo del guerriero” (sia esso in veste militare o civile) quando è quello stesso ambito decisionale a farsi promotore delle operazioni di polizia internazionale o delle ”guerre umanitarie” che portano inevitabilmente ”guerrieri” di vario ordine e natura a occupare o spadroneggiare su interi territori.
Finché gli immigrati precipitano impotenti tra i flutti delle nostre coste, oppure si accontentano di raccontare storie lacrimevoli e commoventi, il buon padrone bianco si sente in dovere di indignarsi e di fare qualcosa per questi esseri sfortunati, ma non appena costoro mostreranno di prendere la parola senza chiedere il permesso a nessuno ben pochi si sentiranno in dovere di seguirli su quella strada. Con ogni probabilità, a fronte di comportamenti che ricordano senza mezze misure i tratti tipici delle rivolte e delle lotte anticoloniali contro i bianchi, questi, al contempo spaventati e indignati, tenderanno a convenire che, per quelli là, il cammino verso l’integrazione è ancora lungo e gli sforzi ”culturali” per portare la loro educazione al nostro livello necessitano di non pochi investimenti, ma che fortunatamente le schiere del volontariato sono cospicue. In poche parole, un po’ per tutti, anche se per motivi diversi, l’unico immigrato accettabile è il clone dello Zio Tom. Per questo, alla fine, sembra che non sia il caso di farli parlare. Le loro storie finirebbero con il provocare non pochi disturbi; si dovrebbe loro riconoscere dignità e capacità di esistenza autonoma, prendere atto del fatto che sono in grado di esprimersi senza il bisogno di alcun interprete, cosa che renderebbe perlomeno dubbia l’utilità delle numerose schiere di pensatori e teorici spuntati come funghi intorno alla ”questione immigrazione”.
Parlare delle resistenze che sorgono all’interno dei Cpt significa inevitabilmente affrontare a trecentosessanta gradi tutti gli aspetti che la ”questione immigrazione” si porta appresso. Questo è tanto più vero oggi, poiché la partita giocata sull’immigrazione non è un semplice fatto sociologico ma dichiaratamente ed essenzialmente politico. Se i lager per migranti, nel momento in cui sono stati istituiti, con la cosiddetta legge Turco-Napolitano, potevano essere considerati un abominio giuridico e denunciati come tali, ed essere tranquillamente ricondotti nell’ambito dell’aporia, oggi possono essere giudicati come la migliore esemplificazione concreta dello ”stato d’eccezione”. Un atto politico che, nelle logiche e pratiche di guerra in cui siamo immersi, diventa atto costitutivo e costituente di un modello politico, sociale e militare di cui con ogni probabilità stiamo vivendo la fase aurorale. Nati in sordina con un atto semplicemente ”amministrativo” e in fondo impolitico, nello scenario globale che si è delineato a partire da Seattle, passando per Genova e arrivando fino all’11 settembre 2001 e oltre, nella messa in forma della guerra globale, i lager “amministrativi” si sono dimostrati i più felici anticipatori di un destino forse non scontato ma altamente probabile, il cui modello, in un processo a cascata e con tutte le gradazioni del caso, ha buone probabilità di diventare politicamente egemone all’interno delle nostre società.
Le forme di controllo e di repressione in cui siamo quotidianamente immersi, insieme alla continua erosione degli spazi di libertà individuale che la ”società in guerra” ha imposto, sono lì a testimoniare l’aspetto normativo che il reiterato esercizio dello ”stato d’eccezione” obiettivamente si porta appresso. Del resto la ”questione immigrazione”, con tutte le retoriche e le procedure che intorno a lei si sono delineate, si mostra da tempo come modello per governare una parte non secondaria dei nostri mondi sociali. In questa prospettiva le resistenze messe in atto all’interno dei Cpt sono in grado di raccontare qualcosa di sostanziale sugli scenari del conflitto con cui ogni giorno, magari inconsapevolmente, ci troviamo a convivere.
I migranti, a dire il vero, non hanno mai accettato supinamente l’internamento, di fronte al quale hanno sempre messo in atto qualche forma di resistenza. Tuttavia, per un periodo abbastanza lungo, la resistenza è stata prevalentemente caratterizzata dall’autolesionismo o – classica variante – dalla violenza tra gli internati, il più delle volte tra quelli provenienti da diverse aree geografiche, ma anche tra chi ha origini comuni. Una resistenza in fondo tranquillizzante, che attraverso un’attenta regia comunicativa finiva per avverare appieno le profezie sorte intorno alla figura del migrante, la cui condizione di ”selvaggio” e/o ”bambino” sembrava essere fin troppo evidente. Questa ”naturale” predisposizione alla violenza verso sé e gli altri mostrava lo scarto antropologico tra ”noi” e ”loro” come una realtà talmente obiettiva da non dover neppure essere oggetto di discussione. Non è una forzatura affermare che attraverso tali comportamenti i migranti facevano rivivere nei nostri mondi echi e suggestioni della realtà coloniale. In qualche modo, questi episodi sembravano la felice conferma che non si era mai usciti dal mondo di Kipling. Del resto, la tesi per cui la colonizzazione avrebbe avuto un senso o per lo meno un ruolo ”nobile” trova ormai da tempo ampi consensi e, senza troppi giri di parole, la ”missione civilizzatrice” che l’uomo bianco è ”costretto” ad assumersi è tuttora la base su cui poggia la pretesa moralità delle guerre contemporanee.
La condizione del migrante come bambino riottoso, difficile, indisciplinato e incapace di produrre un discorso politico era percepita come un dato obiettivo e indiscutibile. Questo scenario però, non senza sorprese, recentemente è caduto in frantumi. Tra l’estate e l’autunno del 2005 i migranti rinchiusi nei lager hanno dato vita a un ciclo di lotte in grado di spostare il conflitto su un piano completamente diverso. Gli atti di autolesionismo e le guerre interne sono cessati abbastanza velocemente, mentre hanno iniziato a fare capolino pratiche e obiettivi di lotta di tutt’altro segno, supportati da una forma di autorganizzazione interna ed esterna niente affatto irrilevante. Riportare una breve cronaca degli avvenimenti appare dunque opportuno.
29 giugno, Bologna: cinque migranti tentano la fuga ma sono bloccati dagli agenti. I cinque resistono e non si lasciano facilmente condurre in segregazione. Il numero degli agenti aumenta ma, contemporaneamente, anche quello dei prigionieri coinvolti nella partita; nel Cpt prende forma una sorta di microguerriglia. Alla fine sei internati riescono a forzare il blocco e a dileguarsi.
2 luglio, Bari: novantuno immigrati, internati nel Cpt allestito nell’aeroporto di Palese, abbattono le recinzioni e si dileguano per le campagne, riuscendo a far perdere le proprie tracce.
5 luglio, Bologna: dieci prigionieri, con la più classica delle evasioni, scavalcano il muro di cinta e la recinzione esterna. Inseguiti dagli agenti, ingaggiano una colluttazione. Cinque di loro riescono a riguadagnare la libertà.
9 luglio, Torino: sette prigionieri scavalcano un muro laterale mentre davanti al Cpt è in corso un presidio delle organizzazioni antirazziste. Cadendo, uno di loro si rompe una gamba, ma gli altri riescono a dileguarsi. All’interno viene proclamato un nuovo sciopero della fame coordinato con alcune iniziative esterne.
28 luglio, Porto Empedocle: rivolta all’interno del palazzetto dello sport, dove la polizia ha rinchiuso un gruppo di migranti appena sbarcati. Tra questi, quaranta raggiungono l’uscita e guadagnano la libertà.
2 agosto, Porto Empedocle: trenta migranti riescono a fuggire dal pullman che si apprestava a deportarli nel Cpt di Crotone. L’azione ha successo anche grazie al supporto fornito agli internati da un gruppo antirazzista.
12 ottobre, Caltanissetta: nel corso del trasferimento dal Cpt di Pian del Lago all’aeroporto di Catania, una trentina di prigionieri si ribella e cerca di riconquistare la libertà. Ingaggiano un durissimo scontro con le forze dell’ordine, alla fine del quale cinque riescono a dileguarsi. 30 ottobre, Roma: dopo essersi procurati, con un lavoro certosino, il logistico necessario alla fuga, ventisette internati divelgono le recinzioni interne, occupano la portineria e si dileguano. Gli agenti di guardia, supportati da numerose forze prontamente intervenute, iniziano la caccia attraverso i campi. Dodici migranti vengono catturati e nuovamente deportati nel Cpt.
2 novembre, Caltanissetta: quarantatré migranti, cogliendo al volo l’occasione di un momentaneo abbassamento della guardia da parte dei custodi, riconquistano la libertà.
Questo elenco è circoscritto agli episodi in cui la resistenza dei migranti ha raggiunto i punti più elevati. Inoltre, nel semestre preso in considerazione una serie infinita di lotte – dalle rivolte aperte agli scioperi della fame – è stata all’ordine del giorno in gran parte dei Cpt. Evidentemente, nel mondo dell’immigrazione è successo qualcosa. È da questa considerazione che ha preso le mosse il lavoro che state leggendo. Misurarsi con gli aspetti nuovi che il ciclo di lotte e resistenze sembra avere aperto nei mondi dell’immigrazione è apparso non solo utile ma necessario, se non altro per raccontare la realtà di un’altra immigrazione. Il percorso è stato tutt’altro che facile e, difficoltà oggettive a parte, ha dovuto scontrarsi con la sfiducia più o meno generalizzata nutrita dagli immigrati nei nostri confronti. Sfiducia che, detto per inciso, ha più di un motivo d’esistere.
Seguendo una raccomandazione che è anche un imperativo dettato dai padri fondatori della ricerca etnografica, appartenenti alla Scuola di Chicago, si è scelto di andare per strada a ”impolverarsi i calzoni”. La frequentazione degli ambiti lavorativi nei quali solitamente viene reclutata la forza lavoro migrante e la condivisione di alcuni spazi di socializzazione in cui è particolarmente forte la presenza di immigrati, come le palestre, le case occupate e i locali generalmente estranei alle mappe dei ”buoni cittadini”, hanno consentito di instaurare rapporti di fiducia con attori sociali che, in virtù della loro particolare posizione, hanno libero accesso a mondi per noi difficilmente penetrabili. Gli ostacoli alla ricerca hanno iniziato a smussarsi grazie al rapporto privilegiato instaurato con i gatekeepers, che hanno potuto fare da mediatori per via del prestigio e della fiducia di cui godono. Attraverso un processo di negoziazione non sempre facile si è instaurato un rapporto con chi aveva direttamente partecipato agli eventi. Non tutti si sono dimostrati interessati al progetto: alcuni ritengono inopportuno parlare di queste vicende, che considerano di propria esclusiva competenza, altri invece hanno accettato di parlarne anche piuttosto a lungo, cosa che ha reso possibile confezionare il lavoro che il lettore si trova sotto gli occhi.
Capitoli e attori
Il libro si compone di sei capitoli. Il primo raccoglie l’autobiografia di un giovane nomade; nell’elaborazione della sua esperienza è centrale, in modo quasi ossessivo, la formcampo, casa abituale dei popoli nomadi. Intorno a questo stile di vita e ai suoi rappresentanti il nostro mondo ha elaborato leggende difficili da sradicare. Schiuma della terra per molti, depositari di una cultura antimoderna, autonoma e ricca di suggestioni per altri, la vita delle popolazioni nomadi è percepita come completamente estranea alla nostra. Vincoli comunitari e/o familistici, radicato attaccamento alle tradizioni e alla propria particolarità culturale fanno di queste popolazioni una curiosità antropologica tanto odiata quanto amata ma, in ogni caso, ascrivibile a un altro mondo. La storia qui raccontata mette in luce una realtà più prosaica e assai veritiera, dove la retorica della comunità, della tradizione e del conservatorismo culturale è funzionale alla gestione e alla conservazione dei rapporti di forza e di potere da parte di chi mantiene il controllo e il dominio sulla propria gente.
Nel suo racconto il ragazzo nomade insiste particolarmente sul doppio significato assunto dall’evasione dal Cpt: innanzitutto, ovviamente, la fuoriuscita dal centro di reclusione, inoltre, meno scontata, la fuga e l’emancipazione dal suo passato di nomade attraverso le scelte maturate durante la permanenza nel Cpt. Nel momento in cui, unendosi a un gruppo di prigionieri dell’Est europeo, il ragazzo varca illegalmente la soglia del lager, il suo atto d’insubordinazione è due volte fuorilegge: per il potere legittimo e per quello comunitario. È a questo punto che i tratti di fondo della forma-campo delle popolazioni nomadi assumono contorni più nitidi e inquietanti. La stretta relazione tra i rappresentanti del potere locale (il consiglio del campo) e il potere statale emerge in tutta la sua evidenza. È il consiglio stesso che, di fronte alle minacce di abbattimento del campo da parte degli apparati del potere legittimo, consegna una quota della propria popolazione alla deportazione, secondo una logica che richiama alla mente quella seguita dalle comunità ebraiche nei confronti del potere nazista. Tuttavia, se il comportamento del potere comunitario è a dir poco riprovevole, non meno colpevole appare il potere legale che in tali circostanze attinge a piene mani, senza troppe remore, al modello nazista. I nomadi non sono solo stranieri ma anche zingari, e per questo doppiamente colpevoli; una situazione da cui è impossibile emanciparsi. Conquistata attraverso l’evasione la condizione d’orfano e di individuo senza vincoli, se non quelli liberamente scelti, ridefinisce la propria esistenza secondo una dimensione che ricorda assai da vicino quella del proscritto.
Nel secondo capitolo, l’autobiografia di un giovane sudamericano mostra uno spaccato che richiama alla mente i frames che hanno dato fama internazionale a uno scrittore come James Ellroy. Lo scenario è una città del Nord Italia dove stampa, televisioni e politici imputano il clima d’insicurezza imperante all’azione delle gang sudamericane , indicandole non soltanto come le maggiori responsabili dei reati predatori, ma come potenti e feroci organizzazioni a capo del traffico di cocaina, quando, in realtà, gran parte delle attività illegali è in mano ad attori istituzionali che, in virtù del proprio potere e forti delle coperture garantite da settori importanti della società legittima, dettano le regole.
Più avanti nel racconto assistiamo all’esplorazione di mondi forse meno avventurosi dei precedenti ma non per questo meno duri e spietati, che ci mostrano uno spaccato a trecentosessanta gradi della condizione migrante. Colpisce la situazione lavorativa di molti clandestini, sottoposti a orari ”flessibili” e senza regole in cui spesso, per ricevere un salario già abbondantemente decurtato dalla condizione di illegalità, si può solo mettere mano al coltello. Finire inghiottiti da un Cpt è una delle poche possibilità che la condizione obiettivamente non facile di migrante offre; tuttavia, il Cpt non è in grado d’inibire le capacità di resistenza dei migranti, ma anzi ottiene l’effetto contrario.
Per non abbandonare un fratello fatto prigioniero, la persona che racconta e il suo piccolo gruppo ne seguono le tracce fino alla città in cui è stato deportato, chiedendosi come essergli d’aiuto. Inizia così un’esperienza di lotta e di cooperazione con altri fratelli ”di strada” che, a partire dalla condivisione delle difficoltà, si trovano costretti a radicali trasformazioni. In questo percorso gioca un ruolo importante il rapporto con soggetti e associazioni politiche italiane, di cui l’autore del racconto fornisce un’interessante disamina. Il nocciolo della questione emerge nel momento in cui il fratello evade dal Cpt; intorno alla sorte dell’evaso s’innesca uno scontro di potere con i rappresentanti legittimi della comunità, che rivelano quanto poco unitari e omogenei siano, contrariamente alle logiche care ai multiculturalisti, i mondi dell’immigrazione, e quanto feroci le lotte che li attraversano.
Il terzo capitolo evidenzia la dimensione globale del mondo dell’immigrazione. A raccontarsi è un nero africano, militante, in patria, in un gruppo politico armato contrario al corrotto regime filoccidentale. Ricercato a causa di uno scontro a fuoco con le forze speciali, ripara in Francia, da dove deve però allontanarsi: la negazione dello status di rifugiato lo porta alla condizione di clandestino; approda così in Italia, dove trova lavoro facilmente proprio in virtù del suo essere clandestino. È qui che l’intreccio fra mercato, politica, gestione della sicurezza pubblica e istituzione dei Cpt si svela al meglio. Improvvisamente, in seguito alle agitazioni che ha contribuito a fomentare sul luogo di lavoro, la sua condizione diventa insostenibile: se il clandestino si ribella, scatta l’immancabile deportazione. Tuttavia, come sovente accade, quando il popolo solleva la testa non ci sono reti, mura, celle, né ricorso alla violenza fisica e psicologica che possano smorzarne l’azione. All’interno del Cpt il percorso intrapreso sul posto di lavoro si radicalizza, e l’evasione ne costituisce il giusto corollario.
La partita però è ben lungi dal chiudersi, e la semplice cronaca di un’evasione rivela tratti sociologici fondamentali. Nascosto presso una piccola comunità di fratelli neri, il gruppo è costretto a misurarsi con i conflitti peculiari delle periferie metropolitane, luoghi dove la destra radicale ha forte presa. In questo contesto lo scontro con la white underclass diventa pressoché inevitabile, pena il soccombere della stessa comunità africana. Ma l’interesse sociologico non si ferma qui: emerge che per quote consistenti di popolazione il continuo gioco di attraversamenti tra mondi legali e illegali è lo stile di vita abituale, e il business della cocaina e del gioco d’azzardo sono parte integrante della vita quotidiana nonché fonti di reddito non secondarie. Proprio in questo modo, attraverso una serie di azioni che possono apparire eccessive o incredibili solo a coloro che del paese reale hanno un’idea a dir poco approssimativa, il gruppo risolverà i suoi problemi logistici.
Il quarto capitolo è il racconto di un ragazzo arabo e fotografa al meglio la condizione di gran parte dei giovani migranti, indipendentemente dal paese di provenienza: sullo sfondo del loro ”progetto migratorio” non vi è altro che l’accesso al mondo del consumo, vissuto dai più come una vera e propria ossessione. Laici e consumisti, i giovani arabi si scontrano ben presto con una realtà che non lascia spazio alle rosee aspettative iniziali. Arrivati in Occidente, sono immediatamente messi al lavoro in una delle innumerevoli attività produttive dove il confine tra plusvalore relativo e assoluto conosce un felice ”meticciato”. Sotto la stretta sorveglianza di uno zio che si è ritagliato uno spazio nella nostra società, il ragazzo si ritrova a cucire jeans e pantaloni per dieci o dodici ore al giorno, con un salario irrisorio, su commissione di alcune rinomate aziende italiane. In una condizione lavorativa e di vita che nulla ha da invidiare a un campo di concentramento, il giovane matura la rivolta che lo porterà a recidere ogni legame con la propria famiglia e con gli ambiti più rispettabili della comunità di provenienza. Inizia così un percorso attraverso luoghi e mondi sociali diversi, nei quali interpreta di volta in volta personaggi diversi: operaio, piccolo spacciatore, ladro, pastore, factotum in un agriturismo e addetto alla cura dei cavalli. Come spesso capita, in seguito a un fatto del tutto contingente si ritrova coinvolto in una retata, imprigionato e trasferito in un Cpt, dove la sua vita conosce una svolta. Tra i prigionieri vi è un fedayin, che diventa ben presto il suo principale punto di riferimento. L’approdo al movimento della piccola jihad (paragonabile alla teologia della liberazione di stampo cristiano) cambia radicalmente il suo modo di vivere, consentendogli di guardare con occhi diversi le esperienze passate e abbracciare un ideale cui votarsi per la vita.
A questo punto i tratti della realtà dei Cpt, e soprattutto di chi vi è destinato, si delineano con chiarezza. Emerge come la forma-campo possa solo in parte essere assunta nella sua dimensione territorializzata: più realisticamente, i Cpt sono articolazioni locali di un progetto che disciplina le popolazioni non occidentali, una strategia di controllo globale.
È sembrato pertanto opportuno verificare questa ipotesi di lettura, volgendo lo sguardo oltre i confini nazionali. L’Albania, a tal proposito, ci è apparso l’ambito più adatto, ed è proprio nell’autobiografia della ragazza albanese protagonista del quinto capitolo che la forma-campo rivela una progettualità globale. Dopo una breve quanto intensa infatuazione per lo stile di vita occidentale, alimentata dalla famelica visione dei programmi televisivi italiani, che la porta ad accogliere con entusiasmo l’arrivo degli imprenditori stranieri, la ragazza deve presto fare i conti con una realtà che ha ben poco di fiabesco. Rapita da un gruppo di contractor in cerca di manodopera per una delle tante fabbriche europee sorte come funghi nel paese conosce la condizione di lavoratrice coatta, ma questo è solo l’inizio. La ”guerra umanitaria” riversa nell’area soldati, contractor, mercenari e una sfilza di personale civile addetto alle più svariate mansioni. Per lei e molte altre giovani si schiudono i recinti delle fabbriche, mentre si spalancano quelli dei bordelli: la presenza di soldati genera una richiesta di sesso per mantenere il benessere umorale e psicologico delle truppe. Inizia così la sua ”esperienza” coatta di sex worker, finché riesce a riguadagnarsi la libertà.
La sua storia mostra con precisione come il modello politico neocoloniale sia la cornice in cui l’era globale inscrive tempo ed esistenza di gran parte della popolazione mondiale, estranea allo status di cittadino occidentale. Tale modello ci porta ad abbandonare gli ambiti angusti dei confini nazionali, proiettandoci in scenari più ampi.
Nel sesto capitolo, attraverso interviste ad attori sociali privilegiati – militari e contractor impegnati su vari fronti di guerra – si cerca di tirare le somme di ciò che è stato evidenziato dalle singole autobiografie. Se, come appare nel corso della ricerca, i Cpt hanno ben poco d’occasionale e locale e sono invece da inquadrare all’interno di un più generale progetto di ”messa in sicurezza” e disciplinamento di cospicue quote di popolazione globale, bisogna volgere lo sguardo là dove tale progetto raggiunge i suoi massimi livelli. I racconti sono quanto mai eloquenti e non necessitano di particolari introduzioni o interpretazioni, tuttavia è importante sottolineare un aspetto: molti intervistati si soffermano sul carattere globale della guerra in atto, che, retoriche sullo scontro di civiltà e la lotta al terrorismo a parte, ha come posta in gioco l’assoggettamento e la schiavitù lavorativa di cospicue quote di popolazion definibili unicamente come ”masse senza volto”. Una condizione che sembra destinata a estendersi anche a parti rilevanti di popolazione occidentale. In quest’ottica, forse cinica ma realista, la questione dei Cpt è ben lontana dall’essere un coup d’état, una pura anomalia all’interno del corpo giuridico occidentale: è piuttosto l’apripista eccezionale in grado di produrre nuovi modelli normativi. Sotto tale aspetto, le interviste sono ben più interessanti per ciò che prefigurano che per quanto registrano.
Sul metodo
Con la sola esclusione dell’ultimo capitolo, ascrivibile ampiamente all’ambito della ricerca sociologica di tipo ”qualitativo”, il resto del volume ha fatto sue fino alle estreme conseguenze le tecniche della ricerca etnografica. La voce degli attori sociali è pertanto l’unica ad apparire nel testo. Il ricercatore si è limitato a interagire con i diversi io narrante e a dare forma alle loro parole. Il vero lavoro è stato fatto a monte, discutendo e mettendo a fuoco con gli interlocutori la cornice del progetto. Successivamente si è trattato di dare una veste letteraria ai brogliacci raccolti; se quest’ultimo passaggio è facilmente liquidabile, poiché si tratta di una mera ”questione tecnica” – la scelta di un genere di scrittura invece di un altro – più complessa è la prima parte del lavoro, dove le scelte fatte dal ricercatore diventano decisive. Non tutte le storie dei migranti parlano di lotta e resistenza, affermarlo sarebbe al contempo ingenuo e stolto. Tuttavia tali storie esistono, e a fronte del silenzio nel quale sono relegate è sembrato opportuno narrarle. Del resto, il compito di ogni lavoro scientifico è provare a spiegare qualcosa del e sul mondo, sapendo tuttavia quanto sia tenue e patetica la linea di confine che separa l’ ”oggettività” del lavoro scientifico dalla sfera delle idiosincrasie o dei ”valori ultimi”.
Le autobiografie possono suscitare alcuni dubbi e interrogativi. Uno di questi attiene al loro grado d’attendibilità, nel momento in cui, per ovvi motivi, non possono che essere presentate in veste anonima. Pur con gli inevitabili problemi e limiti che un lavoro svolto in simili circostanze si porta appresso, alcune verifiche, però, è stato pur sempre possibile effettuarle, confrontando i racconti con episodi di cronaca molto noti. Il primo riscontro è rappresentato dagli eventi dai quali la ricerca prende le mosse: lotte ed evasioni sono realmente accadute nei Cpt durante il periodo esaminato, dando forma a un forte movimento di solidarietà, come sono reali i fatti e l’ambito sociale all’interno dei quali si sono consumati.
Appurata la veridicità del contesto, è possibile fare lo stesso con i particolari messi in luce dalle autobiografie. Molte cose raccontate dal giovane nomade, per esempio, sono accadute a Bologna e l’esistenza di bande di proscritti che, stando al suo racconto, assaltano banche, gioiellerie e furgoni blindati per poi trovare rifugio in qualche zona impervia del caotico mondo dei Balcani è cosa più che nota. Anche nel caso del giovane sudamericano le verifiche non sono state difficili. Lo scenario ricorda molto da vicino quanto accaduto di recente a Genova dove, in seguito a un’operazione della guardia di finanza, sono emerse a carico di alcuni poliziotti ipotesi di reato simili a quelle che fanno da sfondo al suo racconto. Quanto sia precaria e ricattabile la condizione lavorativa del proletariato migrante è ampiamente noto. Dall’autobiografia del giovane nero emergono elementi che riempiono quotidianamente le pagine dei giornali: la presenza in Africa di movimenti anticolonialisti e antimperialisti che si oppongono al dominio delle multinazionali e dei loro governi fantoccio è di pubblico dominio, se non altro perché ultimamente alcuni nostri connazionali sono stati fatti prigionieri da uno di essi. Appartenere a un movimento di guerriglia comporta una serie di rischi e l’eventualità di dover riparare all’estero. La voracità che le aziende, prone alle logiche del mercato globale, mostrano nei confronti di una forza lavoro privata di diritti e garanzie è risaputa, così come la facilità con cui ogni giorno si muore sul lavoro o si va incontro a gravi infortuni, in special modo nei cantieri edili. L’autobiografia del giovane nero fotografa una realtà che ha ben poco d’incredibile, e il conflitto con alcuni settori della popolazione bianca non ha nulla di fantasioso o improbabile, basti pensare al clima che vige in alcune zone dell’immenso territorio metropolitano romano. Anche in questo caso, quindi, un certo numero di riscontri conforta l’attendibilità del racconto. Lo stesso vale per l’autobiografia del ragazzo arabo. Il fascino esercitato dai consumi sui giovani migranti è stato ampiamente discusso e analizzato dalle scienze sociali, così come è cosa nota il proliferare delle ”fabbriche del sudore” anche all’interno dei mondi occidentali; la riscoperta dell’islam nel mondo dell’emigrazione araba in Occidente non è certo uno scoop.
Infine, è sufficiente sfogliare gli studi sulla politica coloniale imperialista delle nazioni ”civilizzatrici” per rendersi conto che il racconto della giovane albanese, nella sua drammaticità, altro non è che la routine che accompagna ogni impresa militare. Sui ”paradisi erotici” dislocati ai confini del mondo cosiddetto civile esistono intere biblioteche.
Il lettore che vorrà approfondire gli argomenti trattati troverà alla fine del volume una bibliografia. L’apparato di immagini riveste altrettanta importanza e va considerato parte integrante del testo, attraverso di esso infatti si è cercato di visualizzare le trasformazioni alle quali gli individui pervengono tramite la prassi o, come si sarebbe detto in tempi non lontani, di riaffermare che non si tratta di considerare le donne e gli uomini per ciò che sono o credono di essere ma per quello che saranno obbligati a essere e a fare. Il lavoro, iniziato nell’estate 2005 e concluso nell’autunno 2006, ha portato a raccogliere una discreta mole di materiale, molto del quale non è stato utilizzato. Via via che si aggiungevano nuovi elementi, molti luoghi comuni sull’immigrazione andavano in frantumi. A fronte dei suoni flebili e in fondo rassicuranti pronunciati dall’immigrato in stile Zio Tom – gli unici a trovare eco nelle nostre società – altri toni stavano prendendo forma e consistenza. Molti fattori inducevano a un parallelismo con la situazione che, una quarantina d’anni fa, sfociò nella rivolta del ghetto nero di Watts. In quell’occasione, davanti al disorientamento in cui era precipitata la polizia nello scoprire all’improvviso un popolo determinato a resistere e a contrattaccare, un abitante del ghetto si rivolse ai poliziotti ammonendoli con fare serafico: ”Questa non è una passeggiata, questo è il Vietnam”. Quella rivolta segnò un duplice passaggio nella storia del movimento dei neri afroamericani, da un lato prefigurando la nascita di un movimento politico autonomo, il Black Panther Party, e dall’altro mettendo in fuga quella parte di popolazione bianca carica sì di buoni sentimenti, ma che mal s’integrava in uno scenario che si era lasciato alle spalle educate e lacrimevoli petizioni. Con i dovuti distinguo, le lotte degli immigrati contro i Cpt dell’estate-autunno 2005 sembrano avere prodotto qualcosa di simile, e le autobiografie raccolte, almeno in parte, lo confermano.
Il libro non sarebbe potuto esistere senza la fattiva complicità delle ”masse senza volto” che, attraverso l’attivazione di una rete sotterranea di comunicazione, hanno consentito di portare in superficie ciò che la società legittima preferisce nascondere, eludere, reprimere, soffocare. A loro vanno i miei maggiori ringraziamenti. Il testo deve molto anche a Massimiliano Guareschi, Marco Philopat e la redazione di Agenzia X che, oltre a darmi la possibilità di pubblicare, hanno discusso, criticato, incoraggiato e corretto, ben al di là del consueto lavoro di revisione e correzione, il libro che il lettore ha tra le mani. A loro un ringraziamento non solo di maniera. Mentre la ricerca era in corso, in Francia divampava la rivolta delle banlieues, in cui parti cospicue di ”masse senza volto” hanno dato vita alla più imponente insorgenza di massa dal basso dell’era globale.
Sullo sfondo di tali avvenimenti si è verificata l’ennesima morte di due invisibili, Bouna Traoré e Zyed Benna, ”morti per niente” in seguito a uno degli abituali ratissage scatenati dalle forze di polizia francesi.
Il libro è dedicato a loro.