Sabato 28 febbraio, a partire dalle ore 17:30, al S. A. Newroz, Via Garibaldi 74, sarà presentato,
Con la partecipazione di Multi-Sindacato Sociale, il nuovo libro del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud ”PAZZI DA MORIRE” – le storie delle persone decedute e i dispositivi mortificanti della psichiatria – .
Questo libro raccoglie 106 storie di persone che hanno subito fino alle estreme conseguenze gli abusi della psichiatria, negli ultimi due decenni, in Italia. Il numero stesso rende l’idea della sistematicità diffusa, del carattere strutturale, non episodico, della violenza psichiatrica. La paziente e dolorosa raccolta di fonti e di dati che il Collettivo Artaud ha svolto restituisce alla società l’età, il luogo, la data e la causa di morte di queste persone decedute per abusi della psichiatria all’interno di diverse strutture psichiatriche. Le singole narrazioni sono raggruppate in sei sezioni (contenzione, TSO, OPG-REMS-ATSM, psicofarmaci, incuria e imperizia, suicidi) precedute da specifiche introduzioni che illustrano criticamente le modalità, i dispositivi e le pratiche dell’abuso psichiatrico esercitato sui singoli individui, fino ad arrivare a un esito mortale.
Di seguito riportiamo degli estratti dal libro ”Pazzi da Morire. Le storie delle persone decedute e i dispositivi mortificanti della psichiatria” scritto dal Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud.
Chi è colpito dallo stigma della follia è condannato all’oblio della storia, all’esclusione dalla trasmissione del vissuto e dell’esperienza umana: allo stesso modo di chi, come ci ricordava Carla Lonzi, risulta improduttivo rispetto ai grandi meccanismi del flusso storico capitalistico e ai grandi eventi della storia agìta e scritta dagli uomini. La narrazione dei grandi eventi ha «taciuto o represso» il tempo della vita, ricostruibile solamente attraverso la riflessione sulle «tracce deperibili». E sulle tracce deperibili si costruisce questa nostra ricerca necessariamente parziale, frammentata, incompleta.
Non abbiamo la pretesa di credere di aver intercettato tutti i casi in cui, in questo lasso di tempo, gli abusi della psichiatria hanno portato a esiti estremi: Abbiamo ragione di ritenere anzi che in realtà il loro numero sia assai più alto. i morti di psichiatria non hanno statistiche precise. non esiste un ente preposto alla schedatura e al controllo. Anzi. Lo stigma psichiatrico circonda il ”matto” e previene e annulla qualsiasi denuncia dei trattamenti contenitivi prolungati, di abuso di prescrizioni di psicofarmaci, di scarsità di igiene e cibo. Alle persone considerate matte difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi è matto non è credibile e non è attendibile come testimone. Dei matti si ride o se ne sta alla larga.
Lo stigma psichiatrico si riproduce in diverse forme e modalità, e se è possibile rilevare un trait d’union tra le testimonianze, le ricostruzioni e i fatti relativi alle morti di stigma possiamo riscontrarla nell’asimmetria di potere nella relazione tra utente e psichiatra. È prassi consolidata quella di inviare nei reparti di psichiatria persone con precedenti ricoveri psichiatrici o conosciuti agli psichiatri del reparto anche quando si lamentano problemi fisici e non si è in condizioni di alterazione psicologica.
1l matto non è credibile quando denuncia trattamenti disumani da parte delle forze dell’ordine intervenute a supportare l’esecuzione di TSO. La sua è la parola di un matto contro quella di poliziotti, carabinieri, vigili urbani e dirigenti di reparto. Quando muore il matto, nella stragrande maggioranza dei casi, muore da solo, lontano da telecamere, giornalisti e scomodi testimoni. Nella cartella clinica l’unica causa di morte segnalata sarà la crisi cardiaca o respiratoria. Se la notizia non è segnalata dal web o dai quotidiani di fatto è irraggiungibile.
Questo libro nasce ed è sostanziato dall’intenzione, attraverso le storie
delle persone che sono morte in psichiatria, di mettere in luce i dispositivi del potere psichiatrico, di risvegliare le coscienze e di rompere il muro dell’indifferenza eretto intorno al fortino della psichiatria.
Anche questo, come il primo nostro lavoro, è frutto della riflessione e di una scrittura collettiva. Per noi questo è un valore aggiunto.
Anima mia che metti le ali
e sei un bruco possente
ti fa meno male l’oblio
che questo cerchio di velo.
E se diventi farfalla
nessuno pensa più
a ciò che è stato
quando strisciavi per terra
e non volevi le ali.
(Se avess’io, Alda Merini)
Le nostre strade sono sconnesse,
i nostri figli ridotti in schiavittl,
i nostri cuori senza amore.
Ho paura di restare.
(Elena Casetto, Terra de Bandidos)
Muore a diciannove anni il 13 agosto 2019, bruciata viva all’interno del reparto psichiatrico dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo durante un incendio nel letto al quale era stata legata. Era ricoverata in regime di TSO. Lo stato di contenzione non le ha permesso di fuggire: il suo corpo carbonizzato è stato ritrovato con la caviglia destra ancora legata alle cinghie del letto.
Originaria del Brasile, Elena Casetto era residente con la madre a Osio Sopra in provincia di Bergamo. Scriveva poesie e desiderava viaggiare.
La madre racconta che Elena voleva andare via prima possibile da
quell’ospedale. Durante il ricovero poteva alzarsi, andare in bagno o fare una pausa sigaretta solo se era assolutamente necessario. Forse proprio dopo una di queste pause Elena era riuscita a nascondere un accendino, poi rinvenuto nel sacco che conteneva la salma.
Un’ipotesi investigativa sostiene che probabilmente Elena aveva provato a liberarsi bruciando le cinghie di contenzione.
Dalla ricostruzione dei fatti, secondo la Procura, Elena avrebbe potuto
essere salvata solo se gli addetti della squadra antincendio dell’ospedale
avessero usato la manichetta più vicina alla sua stanza. Sappiamo solamente che sono stati rinvenuti due estintori vuoti, anche se non è ancora chiaro chi li abbia usati, e un terzo ancora pieno senza la spinetta di sicurezza.
Per la sua morte sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio
colposo e di incendio colposo i due addetti della squadra antincendio
All’epoca dei fatti erano dipendenti dell’impresa a cui era stato appaltato
il servizio di pronto intervento in ospedale. Per l’accusa sarebbero intervenuti senza adeguati dispositivi di protezione e in ritardo.
Ad aprile 2024, in conclusione del processo di primo grado, la giudice
ha assolto i due imputati dall’accusa di omicidio e incendio colposi ”perché il fatto non sussiste”. Allo stesso tempo ha trasmesso gli atti alla Procura ravvisando gravi omissioni organizzative ed eventuali responsabilità da accertare da parte dell’ex-direttrice generale dell’ospedale e della responsabile del Servizio di prevenzione e protezione.
Nel dicembre 2024 il GIP ha archiviato le posizioni di entrambe, ritenendo non sussistenti elementi per un rinvio a giudizio.
Attualmente non risultano ulteriori iniziative giudiziarie, né ulteriori
sviluppi delle indagini. Nessuna attenzione è stata posta alle modalità di
applicazione della contenzione a Elena Casetto.
Tutto comincia con una diagnosi di ”malattia mentale”, attribuita dai professionisti del mestiere secondo parametri e definizioni standard e di stampo occidentale, che semplificano e riducono infiniti modi di essere e comportamenti dettati da altrettante provenienze e circostanze di vita.
Diagnosi che evidentemente nascondono interessi economici per arricchire le case farmaceutiche che ”spacciano legalmente” psicofarmaci, così come le mafie, colluse con gli Stati, spacciano sostanze stupefacenti illegali annientando intere generazioni.
Diagnosi attribuite fin dalla prima infanzia o un po’ più in là nel tempo, appena s’intravedono comportamenti di difficile ”gestione” o ”pericolosi socialmente”.
Stigmatizzazione del diverso rispetto alla maggioranza, del deviante rispetto alla “retta via”, di chi vive ai margini della società, di chi si oppone al sistema normativo, di chi si ribella all’istituito e alle sue norme.
Ed ecco che attraverso l’autorizzazione sociale e politico-istituzionale la contenzione farmacologica e meccanica e l’omicidio si legittimano, senza vergogna alcuna, per tutelare i benpensanti, per difendere e garantire la cosiddetta sicurezza pubblica. I poteri colludono tra loro. I professionisti del mestiere (psichiatri e operatori sanitari) collaborano a stretto servizio con le forze dell’ordine, e le istituzioni totali, insieme agli organi istituzionali preposti, rinchiudono, annientandoli, gli esseri umani, privandoli dei loro diritti fondamentali e di qualsiasi possibilità di assunzione di responsabilità, di affermazione del sé, di riscatto e di trasformazione.
Tutto ciò avviene nel quotidiano e più candido esercizio di colpe e reati, a partire dalla negligenza, dall’imprudenza e dall’imperizia, fino al più evidente e violento abuso da parte di chi è chiamato a esercitare il potere, in primo luogo quello medico-scientifico, ormai diventato un dogma, che ha sostituito quello più antico della religione.
E intanto le leggi, subdolamente, si inaspriscono e regrediscono (DDL Zaffini, DL 4 ottobre 2024).
S’intravedono scenari di guerra nei quali la paura è l’arma vincente, nei quali si sancisce una netta differenza e si aumenta sempre più la distanza tra il ”me” e il ”te”, tra il ”noi” e il ”loro”, istituendo barriere sempre più alte e invalicabili.
E allora, se è vero che è difficile mettere un punto a questo libro, è vero anche che alcuni punti sono stati messi durante la scrittura e la narrazione di ogni singolo caso.
Chi vuol guardare guardi, tutto è evidente. Chi vuol ascoltare ascolti, le urla risuonano ovunque. Chi vuol lottare lotti con noi, per individuare e raccontare storie di abusi della psichiatria. Con l’obiettivo di liberarci dalla necessità della psichiatria, dalle sue catene, dalle sue gabbie mortifere.