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L’arte della libertà, Breve storia del movimento di liberazione curdo – Letture dal libro di Havin Guneser

Domenica 29 marzo alle ore 17.30 presso S.A. Newroz ci sarà la presentazione de L’arte della libertà – Breve storia del movimento di liberazione curdo” con l’autrice Havin Guneser. La presentazione si inserisce nel tour del nord Italia Donna, vita, libertà – La speranza nel XXI secolo” dell’Accademia di Scienza Sociale, delle comuni di ricerca e della rivista Democratic Modernity. 
Il libro è edito da Meltemi e affronta in tre capitoli i nodi cruciali della storia e del pensiero del movimento curdo. Ogni capitolo è una lezione tenuta al California Institute of Integral Studies nel 2021 ed è accompagnato dalle discussioni tra Guneser e lə studenti. 
Come Libreria Popolare Paulo Freire siamo felici di ospitare nuovamente Havin Guneser, dopo il primo incontro nel 2022 in occasione della presentazione della traduzione italiana del Manifesto della civiltà democratica” di Öcalan. 
Havin Guneser è un’ingegnera e un’attivista di lunga data per la libertà delle donne. È stata una delle portavoce dell’iniziativa internazionale Libertà per Abdullah Öcalan – Pace in Kurdistan” per molto tempo e organizzatrice delle conferenze Network for an Alternative Quest”.
Ha tradotto i libri di Abdullah Öcalan in inglese. È nel comitato consultivo della rivista Jineolojî, scrive una rubrica mensile per Newaya Jin ed è l’autrice di L’arte della libertà”.
L’Academy of social science, fondata nel 2025, si dedica allo studio, alla ricerca e alla promozione delle scienze sociali integrative, la sociologia della libertà.
Concepisce la sociologia della libertà come un programma di ricerca olistico e aperto che valorizza le conoscenze prodotte dai movimenti sociali e dalle comunità in lotta insieme a percorsi di studio più formali.
Nei tre capitoli-lezione la storia è intrecciata all’analisi profonda della guerra, del patriarcato e del societicidio. Nonostante le lezioni si siano tenute nel 2021 sono puntuali nel situarsi e rintracciare le origini delle attuali guerre che hanno il loro centro nel Medio Oriente ma coinvolgono tutto il mondo. 
Oltre all’analisi le lezioni propongono chiaramente la pratica e la teoria del movimento curdo come prospettiva di speranza e vita per il mondo intero. Di seguito riportiamo dei brevi passi da ogni capitolo.

Il primo capitolo Critica e autocritica. La nascita del movimento di liberazione curdo dalle macerie delle due guerre mondiali” 

Per Abdullah Öcalan e per il movimento di liberazione curdo è stato di fondamentale importanza capire come vivere una vita piena di significato, cercando di recuperare e interpretare la conoscenza, o verità, del popolo curdo. È stata una lotta enorme, perché negli anni Settanta, quando i curdi hanno iniziato a identificarsi come gruppo, non si sapeva bene cosa fosse accaduto. A quel tempo, lo Stato turco riteneva che il processo di assimilazione dei curdi fosse giunto a compimento. Già il 19 settembre 1930, un giornale turco aveva pubblicato una caricatura, una lapide sul Monte Ararat, con inciso:
Il Kurdistan immaginario è sepolto qui”. Con questa vignetta avevano voluto rappresentare quel che lo Stato turco aveva effettivamente fatto all’indomani di una ribellione finita con un massacro – o, per meglio dire, al termine di due secoli di ribellioni, come indicano le fonti militari ottomane, culminate con l’esplosione di rivolte in seguito alla repressione dell’identità curda scatenata dalla neonata Repubblica di Turchia.
Credo si possa dire che l’immaginazione è stata un elemento chiave nella formazione del movimento di liberazione. In simili circostanze, i primi rivoluzionari hanno avuto il coraggio di immaginare un futuro diverso. Questo coraggio era, ovviamente, il risultato di diversi fattori. Il primo era la forza, all’epoca, della sinistra turca, guidata da ottimi leader che riconoscevano l’esistenza del popolo curdo e l’importanza della coesistenza tra pari. Mi riferisco a persone come Deniz Gezmiş, İbrahim Kaypakkaya e Mahir Çayan. Erano personalità esemplari, che hanno influenzato Abdullah Öcalan e gli altri individui coinvolti nella formazione del primo gruppo. Il movimento di liberazione nazionale vietnamita è stato un altro fattore che ha influenzato profondamente il movimento. E, naturalmente, anche il movimento del ’68, capace di catturare l’immaginazione del mondo, ha influenzato questi giovani – per lo più, ma non del tutto, studenti.
(Coraggio dell’immaginazione, p. 19)

Nei primi tempi di vita del movimento, quando stava creandosi un gruppo, oltre all’immaginazione furono decisivi le personalità degli individui coinvolti nel gruppo, e il modo in cui queste andavano lentamente costruendosi. Il nucleo iniziale non era composto solo da curdi. Vi erano, per esempio, persone provenienti dalla regione del Mar Nero, donne e uomini di diversa fede, classe e origine. Era un miscuglio di persone diverse. Forse questo movimento di liberazione nazionale curdo – perché altri ve n’erano e continuano a esserci – non è degenerato nel nazionalismo o nel sessismo proprio per la sua composizione originaria: sin dal principio le differenze tra i membri fondatori del Pkk hanno garantito la possibilità di una coesistenza che non rendeva necessaria l’oppressione dell’altro.
(pp.19-20)

Lo Stato turco ricorreva a ogni sorta di metodi e tecniche diverse per rendere impossibile alle persone associarsi, unirsi e agire insieme.
Tutto questo contribuì a mostrare l’infrastruttura e la sovrastruttura del progetto statuale, ma credo che l’elemento più importante sia stato il modo in cui il movimento di liberazione ha affrontato la questione, mettendo in evidenza le modalità con cui tali strutture potevano essere superate non solo smascherandole, ma proponendo soluzioni creative per prevalere su di esse. Nella pratica, il metodo era il seguente: chiunque volesse muovere una critica doveva necessariamente indicare anche quale fosse una possibile alternativa e perché fosse preferibile. L’altra faccia della medaglia di ogni critica era mostrare quale poteva essere un’altra soluzione, con cosa quell’aspetto doveva essere sostituito. Soprattutto nei primi anni, la capacità ideologica e politica del movimento dipese principalmente dalla dialettica della critica. Che cosa è successo quando queste critiche si sono sviluppate?
Uno dei fondatori del Pkk ha raccontato, in un’intervista, che all’inizio i militanti arrivavano nei villaggi, proclamavano Abbasso l’imperialismo e i colonizzatori” e poi se ne andavano. Tuttavia, ha concluso, non accadeva nulla”. Sebbene avanzassero critiche e ne discutessero, si rendevano conto che parlarne e basta non faceva cambiare le cose. Quel che serviva, quindi, era l’attuazione e la messa in pratica della loro teoria. […]
Il loro pilastro principale divenne, come lo descrive Öcalan, Pensa come agisci e agisci come pensi”. Questo approccio rende gli individui completamente aperti alla possibilità di affrontare diversamente il mondo, agendo o reagendo in modo diverso da quel che è stato introiettato.
Normalmente tutti noi agiamo e reagiamo in modi prevedibili. Se io ti do uno schiaffo, tu mi darai uno schiaffo. Forse è un modo molto banale di spiegarlo, ma se tu mi dessi uno schiaffo, potrei fermarmi a riflettere e forse farei qualcosa di un po’ diverso dal restituirlo. Questo approccio è stato attuato sia a livello immediato, quotidiano, che nella prassi dei periodi più lunghi: un anno, un paio di mesi, o altro. Quest’arma della critica e dell’autocritica ha permesso al movimento di liberazione curdo di avere sempre chiara la propria posizione e di determinarne le modalità di attuazione.
Prima di concludere vorrei sottolineare un ultimo aspetto.
Il concetto e la pratica della critica e dell’autocritica non si sviluppano sulla base delle idee di un individuo. Essi dipendono da un paradigma, da una linea politica e ideologica accettata dai membri di un’organizzazione.  
(p.31- 33)

Il secondo capitolo La ribellione della prima colonia. Jineolojî, la scienza delle donne e della vita”

Öcalan è riuscito a dimostrare come la schiavitù delle donne sia stata perpetuata grazie a tre strategie negli ultimi cinquemila anni. Anzitutto fu costruita la schiavitù ideologica, poi venne l’uso della forza e, infine, la sottrazione dell’economia. Öcalan non tardò a riconoscere il nesso tra il radicamento della schiavitù delle donne, il mascheramento intenzionale di questo processo e l’ascesa del potere gerarchico e statalista all’interno della società. L’assuefazione delle donne alla schiavitù aveva spianato la strada alla schiavitù di altri gruppi della società. La schiavitù degli uomini segui quella delle donne. Ciò nondimeno, la schiavitù delle donne si distingue per alcuni aspetti dalla schiavitù della classe e della razza. A legittimarla è una forma di repressione raffinata e intensa, combinata a menzogne che fanno leva sulle emozioni. La differenza biologica tra uomo e donna viene usata per giustificare la schiavitù della seconda. Il suo lavoro è dato per
scontato e trattato alla stregua di un’inutile attività da donne. Non è possibile comprendere le caratteristiche fondamentali dell’attuale cultura sociale dominata dal maschio, né tantomeno cosa costruire al suo posto senza analizzare il processo attraverso il quale le donne sono stare socialmente superate. Senza capire come si è formata socialmente la mascolinità, non si può analizzare l’istituzione dello Stato e, di conseguenza, non si potrà definire con precisione la cultura della guerra e del potere legata alla statualità. Questo è un aspetto che vale la pena sottolineare, perché è ciò che ha aperto la strada al femminicidio, alla colonizzazione e allo sfruttamento dei popoli. La sottomissione sociale delle donne è stata la più vile controrivoluzione mai realizzata.
(pp.55-56)

Ho accennato in precedenza all’esigenza di trasformare gli uomini per sottolineare che la politica femminista ha favorito soprattutto la formazione di spazi autonomi per le donne, senza prestare molta attenzione allo sviluppo di politiche e di forme comuni di lotta di genere che mirino alla trasformazio. ne degli uomini. Purtroppo, la teoria femminista non è ancora riuscita ad andare oltre l’essere un movimento che per lo più resiste e rifiuta. La teoria femminista non si è concentrata abbastanza sulle prospettive di trasformazione degli uomini.
Il modo in cui si affronta la storia solleva un’altra questione, sia in termini di passato recente che di passato remoto: dobbiamo o possiamo presentare le esperienze delle donne attraverso le lenti del femminismo postcoloniale, del femminismo curdo o del femminismo islamico? In che misura queste correnti rappresentano le lotte delle donne nelle diverse regioni del mondo?
L’argomentazione principale a sostegno della nascita della jineoloji e, di conseguenza, per l’emancipazione delle donne e della società nel suo complesso è la necessità di collegare la filosofia del movimento di liberazione con lo studio delle scienze sociali. Se vogliamo che la società sia libera, dobbiamo anche liberare le scienze sociali dal controllo delle forze al potere e riorganizzarle nell’interesse del popolo.
La jineoloji, dopo essere stata inizialmente proposta da Abdullah Öcalan, è stata rapidamente abbracciata dal movimento di liberazione delle donne e, dal 2011, le discussioni, la messa in pratica e l’evoluzione dei suoi contenuti sono proseguite sullo sfondo dell’esperienza del movimento di liberazione delle donne curde. Viene definita come la scienza delle donne, la scienza della vita, la scienza di come vivere insieme.
(p.72)

Il terzo Confederalismo democratico e nazione democratica. La difesa della società contro il societicidio” 

Lo Stato-nazione, creando un’unica nazione e, nella maggior parte dei luoghi, definendo tale nazione sulla base di un’unica etnia, ha trasformato il nostro mondo in un cimitero di culture. Ha creato vere e proprie linee di rottura emotive che hanno permesso di sobillare popoli, culture e generi gli uni contro gli altri, sacralizzando concetti come la patria, i confini o la bandiera. La Turchia ne è un esempio lampante: ogni volta che lo Stato turco vuole fomentare il nazionalismo e le reazioni emotive fa bruciare a qualcuno una bandiera turca durante una protesta – quante volte lo abbiamo visto succedere! In reazione sparisce qualsiasi agibilità e qualsiasi appello alla democrazia viene censurato. Il modo stesso, poi, in cui viene concepita la patria ben testimonia il grado di problematicità con cui ci stiamo confrontando. Di solito, la patria viene intesa come una terra con confini statali, che di fatto si regge sul dominio del capitale agito da parte delle varie fasce superiori della classe media all’interno di tali confini. Questo rende molto facile controllare le emozioni delle persone con il simbolismo esasperato dei confini geografici.
D’altro canto, oggigiorno gli Stati-nazione sono molto dipendenti e asserviti ai centri di potere del capitalismo mondiale. Non c’è indipendenza in questo senso. Abdullah Öcalan descrive questo fenomeno come societicidio. Secondo il leader del movimento di liberazione curdo, il pericolo più grande oggi dopo i genocidi, dopo i femminicidi, è il societicidio. 
Lo stato nazione è come una piovra con le braccia vviluppate intorno a ogni funzione della società: salute, moralità, politica, cultura, riproduzione, cibo. Tutto viene stretto nella morsa. Paradossalmente, l’aumento di questo fenomeno non è particolarmente positivo nemmeno per il capitalismo. 
(p. 103)

Nel capitalismo, la democrazia rappresentativa rimuove il politico: di tanto in tanto siamo chiamati a votare e questo è il massimo della nostra attività politica. Nella società di cui stiamo parlando, la politica si fa nelle sale riunioni.
Nel primo capitolo ho accennato alle assemblee come il luogo della trasformazione: questo è il modo in cui viverle. Non sono semplici spazi burocratici per processi decisionali banali. In Rojava, a una donna cui veniva chiesto quanto amasse suo marito, ho sentito rispondere: Lo amo come gli apoisti amano le loro assemblee”. Possiamo facilmente intuire con quale frequenza si tengano le assemblee, e in quale considerazione siano tenute. Se si vuole avere il potere di decidere come vivere e cosa costruire, occorre confrontarsi esprimendosi in modo chiaro. Il nostro scopo nella vita non è lavorare e fare soldi: dobbiamo capire davvero qual è, e vivere di conseguenza.
(p. 109)

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