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Ribaltare la città. Periferie tra razzismo sistemico e organizzazione della società – Letture

In avvicinamento alla presentazione del libro ”La Santa Canaglia: Etnografia di militanti politici di banlieue” insieme all’autore Atanasio Bugliari Goggia, riportiamo di seguito un breve testo ripreso dalla conclusione della prima parte del libro ”Una teoria per il movimento sociale di banlieue”.

La rivolta ci permette di costruirci sul lungo termine, la violenza politica ha effetti sul lungo periodo formando dei militanti politici che diffondono un’ideologia.

Samir (militante del movimento collettivo politico di banlieue)

A più di quindici anni dalle émeutes del 2005, la ”questione banlieues” non cessa di destare interesse da parte delle autorità politiche: che le si stigmatizzi come una ”minorité du pire” o le si riduca a una dimensione etnica, religiosa o culturale, le periferie sono costantemente al centro dell’attenzione dei governi in carica, che si affrettano a proporre soluzioni, dalla ”politique de la ville” al ”Piano Marshall per le banlieues”. Ciò che si cerca di far passare è l’immagine delle banlieues come ghetti urbani in preda a interminabili guerre intestine: una descrizione terrorizzante. Le banlieues paiono non aver diritto a un esame minuzioso, spassionato, oggettivo, meditato sul piano politico e mediatico oltre che, questione forse più grave, sul versante della ricerca sociale.

Con la degradazione della situazione economica, la formazione diviene una condizione necessaria ma non sufficiente per entrare nel mercato del lavoro. Le prospettive di ascesa sociale si congelano, o addirittura regrediscono. La destrutturazione della classe operaia si accompagna alla destabilizzazione e alla precarizzazione di una larga fascia di popolazione. L’aumento della disoccupazione e del precariato inasprisce le pratiche di emarginazione ed esclusione delle classi popolari. Inoltre, le relazioni tra i giovani dei quartieri popolari e le forze dell’ordine, in un contesto di pauperizzazione crescente, diventano sempre più conflittuali. Questo insieme di fattori negativi – che chiama in causa l’economia, la politica, i media, le forze dell’ordine – spiega la tendenza delle nuove generazioni al disconoscimento delle istituzioni.

I giovani si rivoltano contro la gestione securitaria dei quartieri popolari, mentre il trattamento mediatico e politico delle émeutesin forma esclusivamente stigmatizzante si accorda assai bene con la reazione poliziesca alla crisi sociale. Trasformare ogni giovane della banlieue in un delinquente comprovato o potenziale cancella l’identità sociale dei protagonisti delle émeutes, rinviando al tema classico delle classi pericolose, paradigma del potere che trasforma le vittime in colpevoli. D’altra parte, l’ideologia securitaria fa risalire le criticità della repressione esclusivamente alle modalità di intervento delle forze di polizia, blaterando di un ”giusto dosaggio” tra repressione e prevenzione che trasuda bieco populismo e restituisce l’immagine di una ”polizia del re” che opprime esclusivamente in base al censo. Allo stesso modo, l’approccio del potere fondato sui concetti di “mixité” e ”rénovation urbaine” presuppone la natura intrinsecamente criminogena dei quartieri popolari allo scopo di espellere dal dibattito e dall’intervento questioni assai più ”sensibili”.

La gestione securitaria delle questioni sociali si avvale di quadri d’azione ben rodati, facilmente mobilizzabili e molto redditizi dal punto di vista elettorale. Tuttavia, gli incidenti all’origine delle émeutes sono sovente ambigui e raramente chiariti: dubbi e confusione che producono archiviazioni, assoluzioni, condanne di facciata. Una ”giustizia ingiusta” che rafforza la sensazione d’impunità per le forze dell’ordine e nutre la volontà di rivalersi con i propri mezzi. Ma è troppo problematico mettere in discussione la missione, la formazione e il reclutamento delle forze dell’ordine, così come affrontare la degradazione delle condizioni di lavoro o la questione abitativa. Molto più semplice è creare dei posti da ministro delegato alle pari opportunità o alla politique de la ville, così da ricondurre questi avvenimenti a una dimensione locale, puntuale, distogliendo l’attenzione dalle difficoltà strutturali e dalla necessità di riforme profonde.

Al polo opposto delle retoriche dell’élite, questa ricerca – che sotto vari aspetti assume i tratti di una vera e propria inchiesta militante – ha tentato di far emergere i contorni di quella specifica classe sociale che vive nelle banlieues, la quale, lungi dal raffigurare la classe canaglia, si mostra esperta nell’arte della resistenza” alle strategie di dominio del potere, capace di produrre conflitto sociale, organizzandosi in movimento sociale e delineando un progetto politico nazionale ambizioso che mira a ridurre le disuguaglianze. Una specifica classe sociale in grado dunque di agire collettivamente, di mobilitarsi in forma autonoma e autorganizzata in vista del cambiamento, e nonostante i pesanti vincoli allo sviluppo dell’attivismo nei quartieri popolari che provengono dall’esterno: dalla repressione agli ostacoli materiali, politici e simbolici.

[…]

Questo lavoro si è posto l’obiettivo di delineare i tratti di quello che abbiamo definito ”movimento collettivo politico di banlieue”, in grado di attivarsi attraverso micromobilitazioni che si innestano sul fertile terreno dei legami di solidarietà e sui bisogni di una popolazione a cui storicamente l’orizzonte della lotta autorganizzata in vista del cambiamento non è per nulla estraneo.

Il movimento collettivo politico di banlieue sembra aver fatto scuola. Quella che nel 2005 era solo “racaille” oggi è realtà sociale dominante in Europa, mentre i roghi delle banlieues non paiono più l’opera di bande di parassiti sociali senza dignità e coscienza politica, ma raffigurano la normalità di un certo tipo di agire politico impostosi all’interno dei confini dell’Occidente.

L’acuirsi della crisi economica ha catapultato al centro della scena un vasto proletariato giovanile metropolitano di cui nessuno oggi osa negare l’esistenza e la consistenza numerica. La presenza sempre più estesa di vaste masse di proletari, e di porzioni di classe media in via di proletarizzazione, costituisce ormai una realtà acquisita nel vecchio continente. È un dato oggettivo, inoltre, che la risposta politica di queste masse, e di chi pretende di rappresentarle, tende a rassomigliarsi da una parte all’altra dell’Europa. Una reazione all’impoverimento che si declina fondamentalmente su due registri: il primo – che emerge come controtendenza classica in fasi di crisi economica, incoraggiato e sostenuto dall’élite – è rappresentato dal ritorno in auge dei nazionalismi, dei protezionismi, dei fascismi con l’avanzata di partiti xenofobi, sovranisti e populisti che godono di una crescente base d’appoggio all’interno del proletariato urbano e di una notevole copertura politica e poliziesca; il secondo è tratteggiato invece dalle mobilitazioni di quei movimenti sociali contraddistinti al loro interno da una forte componente giovanile proveniente dalle periferie povere e flebili legami organizzativi, che – ça va sans dire – non godono di alcun appoggio politico istituzionale e che vengono repressi in maniera feroce dagli apparati polizieschi. È sui repertori d’azione e sulle parole d’ordine di questi ultimi che, ovviamente, più si è vista l’influenza dei petits di banlieue. O forse, si è trattato solo dell’anticipazione di un processo ineluttabile, che se nel 2005 era in nuce oggi pare divenuto realtà concreta sul piano economico, sociale e nei repertori della protesta. Nell’epoca della crisi della militanza e dei gruppi organizzati, le risposte politiche in forma spontanea o semi-spontanea tendono inevitabilmente a prevalere. Se, al netto delle strategie del potere, oggi più nessuno nega la drammaticità della crisi economica e la conseguente proletarizzazione di interi strati della società, allo stesso modo diventa complicato celare la natura eminentemente politica dei riots, forma di lotta che nell’ultimo decennio ha preso nettamente il sopravvento su quei repertori organizzati riconducibili a gruppi politici o movimenti sociali specifici. Oggi il gesto politico tende a ”spersonalizzarsi”, uscendo in parte da quella relazione stabile tra agire locale territoriale e momenti di protesta nazionale o transnazionale. La rivolta, in quanto condotta politica, pare diventata la normalità: lo si è visto ad Amburgo, a Londra, a Malmoe, a più riprese in Francia, Grecia, Cile e Stati Uniti e, durante la pandemia da coronavirus, in molte città ita liane. Le émeutes del 2005 venivano descritte come frutto della follia collettiva di giovani ”analfabeti” e ”incivili”, stranieri di fatto e di diritto al ”meraviglioso” mondo occidentale, oltre che delinquenti, comunitaristi, islamisti e così via. Una retorica del tutto avulsa dalla realtà delle periferie: basti dire, a proposito del supposto radicalismo religioso delle periferie francesi, che tra i vari attentatori dell’Isis in Francia e in tutta Europa non ve ne era nemmeno uno cresciuto nelle banlieues francesi.

I banlieusards hanno fatto scuola anche in quanto classe ”per sé”, proletariato urbano che vive da sempre una condizione sociale miserabile e ne prende coscienza sulla propria pelle, esattamente come accade oggi al proletariato italiano, tedesco o ai bianchi francesi dell’ex classe media. La periferia francese ha anticipato dunque l’andazzo dell’intera Europa: sul piano economico, con l’acuirsi della crisi e il peggioramento delle condizioni di sfruttamento; sul piano repressivo, con la gestione securitaria della crisi sociale e lo sdoganamento di gruppi fascisti e razzisti; sul piano della risposta dei movimenti sociali, sempre più connotati da flebili legami con le organizzazioni politiche strutturate e da repertori d’azione violenti e radicali. Le banlieues come territori sociali hanno fatto scuola, il repertorio d’azione dei petits altrettanto. Il prepolitico si è tramutato in politico, il Lumpenproletariat in proletariato. La gestione neocoloniale dei quartieri popolari in tutta Europa è diventata una normalità che non indigna più nessuno.

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