”Padrone e sotto”, di Roberto-C. (pseudonimo di Roberto Carro), è un viaggio nel mondo del lavoro (e della disoccupazione) a Napoli, che unisce casi e situazioni di vario genere, tutti però accomunati da sfruttamento, cinismo, scarso valore dato alla vita umana. Un’osservazione della realtà sociale di Napoli, che mette in luce la resistenza e la dignità di chi vive ai margini della società.
Segnaliamo la proiezione pisana del film, che si terrà al Cinema Arsenale mercoledì 6 maggio alle 21:00 introdotto da un intervento di apertura di Multi – Sindacato sociale. Di seguito il trailer e alcuni articoli, di cui un intervista, che possono introdurre la visione del film.
Un racconto ravvicinato di chi non ha potere
Padrone e sotto è un film sulle classi subalterne napoletane, il racconto ravvicinato degli sforzi quotidiani e delle aspirazioni di chi non ha potere, denaro, istruzione, né una voce pubblica.
Pur essendo la ”questione sociale” un tema onnipresente nel dibattito pubblico, il suo nucleo più profondo – le sue origini, le sue cause – resta un tabù. Essa non è mai considerata nelle sue cause, nei suoi nessi con le strutture di potere, con l’organizzazione sociale ed economica, non diventa mai una questione politica.
Ugo è stato ucciso a quindici anni, mentre tentava di rapinare un Rolex con una pistola giocattolo. Chi indossava l’orologio era un carabiniere – in borghese e fuori servizio – poco più grande di lui. A tre anni dall’omicidio il processo non è ancora cominciato. I familiari e un comitato di appoggio hanno intrapreso una campagna per far luce sulle circostanze della sua morte e per contrastare le calunnie della stampa locale. Sono scesi in piazza con i tanti amici e coetanei di Ugo negli anniversari del suo omicidio, si sono incatenati davanti al tribunale per sollecitare l’inizio del processo, hanno girato l’Italia per raccontare la storia di Ugo e della sua morte. Un grande murale con il volto del ragazzo è comparso in una piazza poco distante dalla casa di famiglia. Ma il comune di Napoli e poi un giudice hanno deciso che quel dipinto è illegale e va cancellato. Per prevenire un intervento della forza pubblica, i familiari hanno infine deciso di passare una mano di vernice sull’immagine del ragazzo, attirando una volta di più l’attenzione sulla sua sorte e sulla condizione dei tanti ragazzi senza futuro che vivono nei quartieri popolari.
Pio è un venticinquenne dei Quartieri Spagnoli. Ci conosciamo da quando era un ragazzino sveglio e irrequieto, poi adolescente istrionico, appassionato di rap e ben inserito tra le comunità straniere del suo quartiere. L’avevamo filmato già all’epoca del nostro primo film, Il segreto. Oggi, che è un giovane lavoratore precario, una rotella nell’ingranaggio dei servizi al turismo di massa che sta rapidamente trasformando il centro storico della città, abbiamo ripreso a seguirlo. Per un periodo è emigrato in una città del nord, ma la durezza del lavoro e la solitudine l’hanno risospinto verso casa. Per due anni ha preparato panini in un pub del centro. Il giorno che ha chiesto al titolare un contratto regolare è stato licenziato. Ora è di nuovo in cerca di lavoro. La sua voglia di vivere si manifesta ancora a sprazzi, ma la strada che lo attende sembra segnata e la fiammella della sua diversità si affievolisce ogni giorno di più.
A metà degli anni Settanta, in una città prostrata dalla disoccupazione e dal colera, i disoccupati napoletani – artigiani in crisi, operai licenziati, emigrati di ritorno – si organizzarono in comitati per reclamare il diritto a un lavoro “stabile e sicuro”. Le forme di lotta sorte in quel periodo vengono continuamente riproposte e aggiornate. Il coordinamento dei disoccupati organizzati conta circa seicento uomini e donne che oggi, dopo una lotta di dieci anni, sembrano finalmente a un passo dall’obiettivo. Ma l’ultima parola non è detta. La partita si gioca ai tavoli istituzionali ma anche nelle strade della città. Attraverso assemblee, cortei e manifestazioni, la storia dei disoccupati viene dal passato ma ci lascia intravedere un futuro, una via d’uscita dallo sfruttamento, dall’isolamento e dalla rassegnazione.
Da Filmitalia
Padrone e sotto nel precariato a Napoli racconta il presente
Roberto-C. aka Cyop parla del suo nuovo film in tour nelle sale. Le giovani generazioni, le lotte organizzate
Ci si ferma solo alle apparenze però poi non si va mai al nodo, ovvero dover dare lavoro e offrire opportunità, decisioni politiche che non sono mai state prese
Sfruttati, schiacciati, indomiti. Sono i tre racconti della Napoli precaria e invisibile che Roberto-C. aka Cyop, street artist e regista partenopeo, ha deciso di intrecciare nel suo terzo documentario, Padrone e Sotto. Ne Il segreto (2013), firmato dal duo Cyop&Kaf – sciolto poi nel 2024 – lo sguardo senza giudizio si soffermava sui giovani adolescenti dei quartieri spagnoli. In un certo senso, riparte da qui Padrone e Sotto poco più di dieci anni nel futuro, come un sorta di continuazione spirituale. Il primo piano di un ragazzo con una sigaretta in bocca e una corona tatuata sul collo. È Pio, trent’anni, che da Napoli si era trasferito al nord per lavorare nel settore turistico, per poi ritrovarsi a vivere nello stesso sfruttamento di sempre. Decine di ore di lavoro, uno stipendio misero, nessun contratto. Dopo aver chiesto al capo di metterlo in regola è stato licenziato ed è dovuto tornare a casa.
Roberto-C. si sposta poi sulla tragedia dell’omicidio di Ugo Russo. Il quindicenne che nel 2020 è stato ucciso dal carabiniere in borghese Christian Brescia, a cui aveva provato a rubare l’orologio con una pistola giocattolo. Il ragazzo, in fuga, era stato inseguito e freddato con altri due colpi, di cui uno alla testa. Dopo sei anni il processo sta procedendo con ritmi lentissimi e Padrone e Sotto è in grado di mostrare la desolazione istituzionale dall’interno, attraverso le lacrime del padre di Ugo che e ancora oggi in cerca di verita e giustizia per il figlio, insieme al comitato di quartiere nato dopo il drammatico avvenimento. L’ultimo racconto riguarda invece una lotta collettiva, quella del movimento dei disoccupati organizzati, dal nome «7 Novembre». La rappresentanza di un proletariato napoletano che, come testimoniano le immagini d’archivio in pellicola aggiunte al film, dagli anni ’70 non ha mai smesso di scendere in piazza per manifestare e reclamare il proprio diritto al lavoro. Padrone e Sotto è ora in tour nelle sale italiane – il prossimo appuntamento sarà a Roma il 5 maggio, nella rassegna Solo di Martedì. Ne abbiamo parlato col regista Roberto-C.
«Padrone e Sotto» è il tuo terzo documentario, in cui unisci tre storie delle classi invisibili di Napoli. Perché scegliere proprio queste tre?
Perché ognuna rappresenta una facciata dell’eterna questione sociale di Napoli. La prima, quella di Pio, l’ho incrociata ai tempi de Il segreto, quando lui aveva quindici anni. La sua sarebbe potuta facilmente diventare come la seconda, quella di Ugo Russo. Ho fatto il film per mostrare un’alternativa ai ragazzi come loro, che è quella di unirsi ai disoccupati organizzati, l’unica via per uscire dall’isolamento dell’ambiente sociale da cui provengono e portare avanti una lotta che li faccia crescere come individui e nella presa di coscienza.
Qual è stato invece l’approccio filmico? Mi è sembrato molto agile e naturalistico, la tua mano scompare.
Io non mi ritengo un regista.
Ho sempre fatto film solo per necessità, per accendere una luce sui temi che mi stavano a cuore. E nel mio processo cerco di stare all’interno della situazioni nella maniera sempre più discreta possibile. Di pormi in una posizione laterale, per non essere invasivo. Anche perché spesso abbiamo girato in momenti davvero molto delicati. Come, ad esempio, durante la festa della Madonna dell’Arco, peri diciotto anni mai compiuti da Ugo Russo.
Prediligi inquadrature strette e prolungate nel tempo. Se non fosse per il dialetto ci si dimentica di essere a Napoli. Volevi far scomparire la città attorno ai personaggi?
Sì, perché mostrare Napoli è pericoloso, si rischia sempre un effetto oleografico. Ho cercato di farla apparire il meno possibile nelle sue componenti paesaggistiche. Era già presente nella lingua, negli atteggiamenti. Si tratta di un gioco molto interessante quando si vede il film. Se non fosse per il dialetto, le lotte sociali che ho messo in scena potrebbero essere ambientate in qualsiasi altra città del Sud. Non è un caso se il film l’abbiamo presentato ad Algeri.
Nel documentario utilizzi delle immagini d’archivio degli anni ’70, una manifestazione in piazza Garibaldi. Perché affiancarle a quelle di oggi?
Per far capire quanto la questione sociale di Napoli fosse eterna. Era così cinquant’anni fa e oggi la situazione è pressoché la stessa. Per dare questo senso, abbiamo anche lavorato molto sul visibile e l’invisibile che si alternano, come la statua di Garibaldi che nei filmati d’archivio viene coperta o con il murale cancellato di Ugo.
Perché è ciò che caratterizza le classi subalterne. Per un attimo vengono viste dalle istituzioni e poi subito dimenticate.
Ci si ferma solo alle apparenze però poi non si va mai al nodo.
Ovvero dover dare lavoro e offrire opportunità, delle decisioni politiche che non sono mai state prese.